venerdì 13 marzo 2015

La leva e la pietra

C’è un sapere per fare e un sapere per comprendere dice Carlo Sini nel suo bel libro sull’etologia; o anche: c’è un conoscere per fare e un conoscere per comprendere (cfr. L’origine del significato. Filosofia ed etologia, Milano, Jaca Book, 2004, pp. 192 e 165). Per sollevare una pietra impiego una stanga di ferro o di altro materiale e questo è un saper fare, ma l’utilità dell’azione, il suo fine, la volontà e il desiderio che la animano, l’idea, l’ἦθος che la guidano debbono (e possono) essere compresi. E cioè com-presi, afferrati e circoscritti globalmente. Senza questa comprensione quel sapere fare non ha alcun “senso”; senza una cultura dell’abitare e del costruire, senza l’elezione di un territorio, la leva e la pietra non significano nulla (oppure significano qualcos’altro). C’è però un’illusione implicita in ogni comprensione, un’illusione che è, al contempo, la sua forza e la sua fragilità: ogni comprensione, infatti, si illude di essere “obiettiva”, e cioè a dire di non essere in situazione. Come se l’obiettività (anche l’obiettività scientifica) non fosse una postura, uno sguardo prospettico! E invece basta cambiare prospettiva ed ecco emergere una comprensione affatto diversa. La pietra e la leva (quel saper fare lì), in una cultura nomade, non hanno alcuna attinenza con l’abitare, col costruire ecc.: sono, la pietra e la leva, gli strumenti che liberano la via di un itinerario rizomatico.