martedì 10 marzo 2015

Render servigio col sorriso: P. G. Wodehouse

Ciò che rende amabile P. G. Wodehouse è quel suo umorismo leggero, quella sua ironia affettuosa, per nulla eversiva, quel suo sorriso gentile e superfluo. Wodehouse (il suo umorismo) non rovescia il mondo e neppure ne produce un altro, non partorisce uno Iacco. Nei giardini del castello di Blandings, che in una maniera o nell’altra ricordano gli originari giardini dell’Eden, manca l’albero della conoscenza, e cioè il frutto che infonde nella coscienza delle creature la cognizione della morte e genera quel potente atto di libertà (liberatorio e vitale) che consiste nel riderne. I personaggi di Wodehouse sono degli edonisti pacifici. A impensierirli sono gli screzi domestici, le mogli assillanti, i seccatori impenitenti, gli equivoci della chiacchiera sociale. Ne scaturisce un comico comunicativo che non erode mai davvero il linguaggio, il codice linguistico e sociale. Il desiderio di pace (posto che non appartenga solo ai personaggi ma anche all’autore di questi racconti umoristici) non è un’ebbrezza creativa ma un vezzo borghese; il riso che lo genera non libera ma anestetizza piacevolmente. 
«Light and Sweetness». Già questa espressione swiftiana che compare spesso, senza dubbio ironicamente, sulle labbra dell’inesausto Lord Ickenham (e altrove nei racconti wodehousiani) segnala alla lontana la superficialità, l’aerea leggerezza dello Wodehouse narratore e la sua volontà di render servigio col sorriso.