mercoledì 11 marzo 2015

Soldati nemici al posto delle mele: Alfred Brendel e il Kitsch

Cosa fatta capo ha, caro lettore, e terminata la lettura delle quasi quattrocento pagine che compongono questo libro-intervista a Mr. (Herr) Alfred Brendel, in bocca m’è rimasto un minuzzolo di malinconia ché oramai m’ero abituato alla storditezza – lo dico affettuosamente – del mio uomo, ad affermazioni strampalate come questa: «Provo rabbia al pensiero che [Schubert] sia morto a trentun anni. È una cosa che non riesco a perdonare. Me lo sono posto addirittura come compito [!]. Non lo posso perdonare al pari della morte di Büchner, di Masaccio o di Keats, che sono scomparsi ancora in più giovane età» (A. Brendel, Il velo dell’ordine, Milano, Adelphi, 2002, p. 180. D’ora in poi l’indicazione del numero di pagina sarà fornita nel testo tra parentesi tonde). 
E tuttavia quello che l’uomo non può perdonare, mi vien da dire, lo perdona l’arte: «L’arte crea unità, ordine, armonia in maniera tale da includere anche il caos. Sentiamo da dove proviene quell’ordine, a quali forze è stato strappato, e siamo felici e grati che questo sia potuto accadere. La cacofonia del mondo diventa in casi estremi l’armonia delle sfere. L’arte ci rapisce in un mondo migliore: così si dice, e non a torto, in Schubert e Franz von Schober» (p. 347). L’allusione è a An die Musik. Ma potremmo citare anche quel famoso verso del Wanderer: «Dort, wo du nicht bist, dort ist das Glück [Dove non sei, ivi è la felicità]». È l’utopia del musicale e dell’arte in generale. Utopia che essa spartisce, dice Brendel, con la religione (inammissibile per lui che è un ateo ironico) e con il Kitsch.
Quest’ultimo, ci dice, è davvero un fenomeno importante e trascurato. Adorno lo getta nel calderone della cultura borghese, generalizza... Per Hermann Broch è l’«anticristo». Ma un ‘sano’ rapporto col Kitsch acuisce «la capacità di distinguere tra autentico e falso, tra comico e ridicolo». Il Kitsch, infatti, nel suo aspetto comico e imbarazzante, è lo «squilibrio fra la presunzione, la pretesa accampata, e l’effettiva capacità, la qualità» (p. 348).
Questa, mi piace rilevare, è nondimeno la definizione del ‘ridicolo’ secondo Kant nel § 54 della Critica del giudizio: «Il riso è un’affezione che deriva da un’aspet­tativa tesa la quale d’un tratto si risolve in nulla» (I. Kant, Critica del giudizio, Bari, Laterza, 1992, p. 155). Non so se Brendel abbia presente la derivazione, in ogni modo egli menziona questa definizione del ridicolo (o del comico) – Kitsch a parte – anche in un altro punto (a p. 337): «L’attesa delusa è anch’essa un elemento tipico della comicità»; e però essa «non è necessariamente comica, può avere anche un effetto angosciante». La chiosa, dico, mi fa capire che il tutto proviene dalla Vorschule der Ästhetik di Jean Paul: «Anche la moderna definizione di Kant, che vuole far nascere il ridicolo dall’improvviso risolversi di un’aspettativa in nulla, si presta a molte obiezioni. Primo, non ogni nulla genera questo effetto: né il nulla immorale» (Jean Paul, Il comico, l’umorismo e l’arguzia, Padova, Il poligrafo, 1994, p. 113) ecc.
Il nulla immorale – torniamo così al Kitsch e al Kitsch piuttosto che al comico. Il Kitsch è l’Anticristo; «va a toccare un aspetto morale» dice Brendel; ancora: «In principio lo consideravo una fonte di divertimento, di comicità per lo più involontaria, finché un giorno non mi è capitata tra le mani una raccolta di cartoline della prima guerra mondiale: si vedono i rami di un albero di Natale, ma al posto di mele e noci vi sono appesi per il collo soldati nemici». Ecco il «Kitsch armonizzatore», «paladino di valori e virtù, del buono e del bello, della morale borghese, del gusto ‘alto’, di patriottismo e religione» (pp. 348-349). Anche questo ci riporta al § 54 del Critica del giudizio. Che cos’è questa euritmia, questo consenso, al limite questo «affratellamento dell’umanità» che, come vuole Kundera, «sarà [appunto] possibile solo sulla base del Kitsch» (p. 349) – che cos’è se non quel «gioco delle rappresentazioni [che] produce nel corpo un equilibrio delle forze vitali» (I. Kant, Critica del giudizio, cit., p. 155)?
La coscienza critica, o ipercritica, diffida di questo gioco irresponsabile o fraudolento, lo passa sotto la lente di ingrandimento dell’ironia, ne fa emergere l’inautenticità, il cattivo gusto, la cattiveria (tutti termini che ovviamente vanno messi tra virgolette) e, daccapo, il comico, l’umoristico – questa guardiana puntigliosa fa emergere il Kitsch del Kitsch, dacché, perché questo sia tale, bisogna averne la consapevolezza.
Nel libro viene menzionato Adorno; io menziono il suo discepolo, Mario Bortolotto, il quale, questo il punto!, non sminuisce il prodotto estetico del Kitsch in quanto debordante l’artigianato del bien fait. Opere come la Scheherazade di Rimsky-Korsakov vi trovano lì la propria legittimità. Il kitsch non è soltanto nel Concerto in do minore di Rachmaninov, in The Planets di Gustav Holts, o in un qualche momento apoteosico del Concerto in si bemolle di Čajkovskij; il Kitsch comincia, come ammette lo stesso Brendel, con Grieg e con Liszt (cfr. pp. 350-351), si annida nei Pezzi lirici (nella loro scrittura raffinata e salottiera), nel Weihnachtbaum, nelle Rapsodie ungheresi. E se si annida lì e soprattutto in Liszt – nell’amico dell’umanità, nel benefattore, nel donneur de sang di Wagner (per dirla, se non ricordo male, con Bortolotto), nell’uomo che cammina sulle acque e predica agli uccelli «al punto da indurli a tacere e a far intendere di sé solo un lieve battito d’ali» (p. 199) – ebbene desso non può essere così nocivo.
Il nostro fenomeno si confonde così con l’ironia, l’umorismo e il bizzarro romantici. Le voci di dolci castelli, il fiore azzurro di cui parla Novalis – ecco il Kitsch che la sconfinata Sehnsucht avvicina e l’intel­ligente ironia allontana, giacché (lo dico con Isaiah Berlin) «se qualcuno potesse dar loro la casa di cui vanno in cerca, l’armonia, la perfezione di cui parlano, i romantici la rifiuterebbero» (I. Berlin, Le radici del romanticismo, Milano, Adelphi, 2001, p. 166).
Infine il Kitsch appartiene a Brendel poeta. Come altrimenti definire una poesia come Buddha, in cui confluiscono una visita a Kyoto, il campionato dei lottatori sumo e La metamorfosi di Kafka? O quelle altre dove ritroviamo le influenze di Woody Allen (con il suo Zelig), Beckett, Chaplin e Buster Keaton, del cartoon, o di quel tale poeta uruguayano Felisberto Ernàndez che era anche pianista e che «qualche volta si scriveva da sé la critica sul foglio locale» ecc. (p. 339)? E c’è da stupirsi se, per ammissione dello stesso Brendel, «alcune anziane signore sono inorridite» di fronte a tutto questo (p. 343)?
In chiusura, caro lettore, ti propongo, Sempreverde, una poesiola di Brendel contenuta nel volume Un dito di troppo, pubblicato da Passigli (Firenze 2002) e tradotto da Quirino Principe.
 

Quando i capelli diventano verdi
troppo a lungo si è stati in mezzo al verde
Si raccomanda
di visitare territori rocciosi
deserti di sabbia o centri urbani
Chi vuole meditare
si siede in una barca a remi
e rema comodamente in senso circolare
tendendo uno specchio nella mano
che in quel momento non rema
Se nulla dovesse mutare
è sufficiente
mettere la testa in salamoia
questo prescrive la buona educazione musicale
Con i capelli bianchi
si troneggia sul palcoscenico
una nobile testa di sale
Se suonate con bel cipiglio
poi qualcuno applaude.