martedì 10 marzo 2015

“Une histoire de vent” di Joris Ivens

1988, un anziano cineasta approda con la sua troupe in Cina per realizzare il suo estremo e conclusivo documentario cinematografico. È un progetto che giace da anni nel cassetto; e da anni, lui, il cineasta che ha filmato i repubblicani spagnoli nel 1937 (testo di Hemingway), la resistenza cinese all’invasione giapponese nel ’38, la rivoluzione indonesiana nel ’46, da anni lui tace. Ha stabilito, per questa sua opera estrema, un titolo affatto provvisorio: Le toit du monde; lo cambierà in Une histoire de vent. Opera estrema in tutti i sensi: l’ultima, certamente, del nostro cineasta, ma anche la più straordinaria e bizzarra. Une histoire de vent, film documentario sulla Cina, è innanzitutto un film sul vento, sull’alito e sul soffio. Quello che manca all’asmatico Joris Ivens – Joris Ivens è il cineasta di cui parliamo –: «Ho novant’anni e vivo con un mezzo polmone a mia disposizione», dice.
Catturare sulla pellicola l’invisibile, e cioè il vento, dipingerlo – è l’obiettivo dichiarato di Ivens.  Obiettivo non così insensato per chi ha presente la lezione di Van Gogh. E, difatti, quegli stessi campi di grano dai toni inquieti, quegli stessi alberi curvati, quegli stessi cieli foschi, eccoli nelle immagini di Ivens. Ma Ivens, olandese come Van Gogh, suggerisce quella cattura anche per altri tramiti. Il film si apre con le pale di un mulino a vento. In un piccolo giardino domestico un bambino – Ivens bambino – prende posto nella carlinga di un aeroplano giocattolo e urla: «Maman, je m’en vais en Chine». In un’altra scena, il vecchio Ivens, munito di un microfono innestato su una lunga asta, si sporge da un’altura per registrare il vento con un rilevatore di decibel, e gli giungono voci dai quattro angoli del mondo:

Sono il vento gelido della Sierra Madre
sono il canto di Moby Dick…
….ma mi desiderate….
in fondo ai mari del mondo
Sono il vento dei campi di grano.
Rido, rido
rido tutta la giornata…
Sono il cerchio proibito.
Chi mi supera avrà il fiato mozzato.
Sono il föhn…
Sono il maestrale…
Il diavolo dell’Europa gotica…
Van Gogh tentò di dipingermi e impazzì…
In Tunisia sono il ghibli…
Sono il tornado del Nebraska…
…ma per tutti sono l’odioso Simoun.
Un giorno supererò il muro del suono.
Il bambino argentino capriccioso e crudele
Ahimè! Oramai il mio segreto
verrà taciuto.
Omaggio a coloro che detengono i segreti.
Sono l’amante effimero…
il balocco delle nuvole,
un sospiro nel cielo cinese.
Sono la moschea di Cadice,
sono io che allontano l’aria greve della notte,
sono il soffio del primo giorno della creazione
che galleggiava sulle acque.

Certo, l’ho già detto, il vento è il respiro che manca al vecchio asmatico. «La longevità – gli dice un anziano maestro cinese di arti marziali – consiste nel trattenere il respiro all’altezza del ventre e quindi nel farlo circolare nel corpo». Ma Ivens, che ha già attinto la longevità, aborrisce l’immortalità, l’eternità, la vita senza soffio, senza respiro, il cielo immobile; desidera solo ancora un po’ di vento, benché rischi di morirne, di non poterlo più respirare: «Il vento sta per arrivare, presti attenzione alla sua salute» gli dice il medico nel deserto. In un décor livido e onirico – è un’altra scena –, Chang’e, la giovane sposa del mitico arciere Hou Yi, che ha bevuto l’elisir dell’immortalità e che da allora vive sulla luna, lamenta l’assenza della minima carezza di vento. Commenta con amabile ironia Ivens: «Mais... jamais de vent... ça doit être mortel! [Ma... mai vento... ciò deve essere mortalmente noioso!]».
Storia del vento ma anche vento della storia nota Didier Coureau (cfr. D. Coureau, Le testament initiatique: ‘Une histoire de vent’ de Joris Ivens, in Admirable tremblement du temps: le vieillir et le créer, a cura di M.-C. Paillard Presses Univ Blaise Pascal, 2008, pp. 175 e ss.). Ivens, che, non dimentichiamolo, è il documentarista che ha attraversato l’intero XX secolo con la cinepresa in mano, guarda con distacco alla storia. La storia non è un testo liturgico (per impiegare un’espressione di Léon Bloy): nessuna teleologia, nessuna totalizzazione è possibile: «In questi ultimi dieci anni – confessa in un’intervista – ho molto ripensato al mio lavoro anteriore, a ciò che ho creduto, alle utopie, alle ideologie molto rigide; e il vento, io credo, porta via tutto» (F. Strauss, S. Toubiana, Entretien avec Joris Ivens et Marceline Loridan, à propos de ‘Une histoire de vent, Cahiers du Cinèma, n. 417, marzo 1989, p. 38). I quadretti parodici e teatrali della recente storia cinese – in una sequenza del film – sono il versante satirico, dice ancora Coureau (Op. cit., p. 181), dello straripante documentario di dodici ore (intitolato Comment Yukong déplaça les montagnes) che Ivens dedicò alla Rivoluzione Culturale nel 1976.
Scrivono Deleuze e Guattari all’inizio di Che cos’è la filosofia (Torino, Einaudi, 1996, p. IX): «Ci sono dei casi in cui la vecchiaia dona non già un’eterna giovinezza ma al contrario una libertà sovrana, una necessità pura, quando disponiamo di un momento di grazia tra la vita e la morte in cui tutti i pezzi della macchina si combinano per inviare verso il futuro un tratto che attraversa le età». Non stupirà che, con Kant, Turner, Monet, Chateaubriand, menzionino Ivens, questo estremo Ivens. Anche Chateaubriand, proprio Chateaubriand, nella Vie de Rancé, aveva detto qualcosa sulla vecchiaia e sulla creazione nella vecchiaia (a proposito di Poussin): «Ce tableau rappelle quelque chose de l’âge délaissé et de la main du vieillard: admirable tremblement du temps! Souvent les hommes de génie ont annoncé leur fin par des chefs-d’œuvre: c’est leur âme qui s’envole [Questo quadro rammenta qualche cosa dell’età derelitta e della mano del vegliardo: ammirevole tremore del tempo! Spesso gli uomini di genio hanno annunciato la loro fine con dei capolavori: è la loro anima che s’invola».