venerdì 10 aprile 2015

Charles Nodier sul libro e sulla scrittura

Solo qualche giorno fa ho scovato – ma sarebbe meglio dire che mi sono imbattuto in – un bell’articolo di Charles Nodier (Besançon, 29 aprile 1780 – Parigi, 27 gennaio 1844). Non so quanto sia conosciuto e letto Nodier qui da noi, ma non ha importanza. L’articolo menzionato compare in una miscellanea, un volume di 312 pagine, dal titolo piuttosto sfizioso: Le diable à Paris. Paris et les parisiens [Il diavolo a Parigi. Parigi e i parigini] (Paris, Michel Lévy Fréres, 1857). Fra gli autori leggiamo i nomi di Balzac, di Nerval, di Gautier, di Stendhal. Tanti bei nomi, ma io ho scelto di tradurre – perché una mezza idea di tradurre uno di questi testi m’è balzata subito in testa – il pezzo di Nodier. E l’ho scelto perché parla del libro e della scrittura, argomenti su cui ho scritto qualcosa – e perché ne parla in maniera molto spiritosa. Intanto il titolo: À quoi on reconnait un homme de lettres à Paris, et ce qu’on y entend par ce mot: un livre [Da che si riconosce un uomo di lettere a Parigi e che cosa s’intende per questa parola: un libro], questo titolo racchiude, come si suole dire, tutto un programma… Una lettura attenta del testo, sotto la patina ironica e canzonatoria, scopre però il “complesso” di Nodier, spregiatore del libro voluminoso, del romanzo totale, e fautore e difensore del frammento e del frammentario – li vediamo bene, il frammento e il frammentario, nelle tablettes décousues, nelle tavolette sconnesse della chiusa dell’articolo. Potremmo chiamarle, queste tavolette, semenze letterarie, grani di polline letterari (Grains de pollen era il titolo della prima raccolta di Nodier). Bene, su questo “complesso” bisognerà forse scrivere qualcosa... ma forse sarà sufficiente averlo evocato.

(L. L.)

Parigi è, incontestabilmente, la città in cui si trova il maggior numero di letterati. L’abbondanza di scrittori che vi notiamo discende senza dubbio dal fatto che, per essere uomo di lettere a Parigi, bisogna aver fatto un libro, un libro come si deve, per esser “pittore”; aver fatto una gran pagina. Ora, un libro è un’idea, o qualcosa che le somiglia, o anche qualcosa che non somiglia a niente e il cui nome occupa correntemente la parte superiore di un in ottavo di quattrocento pagine. Di ciò che sta sotto Dio benedica chi se ne preoccupa! In un libro voi avete due cose: il titolo, che deve essere breve, imponente, pieno di non so quale mistero, come l’etichetta di una scatola preziosa: della ragionedel gustodello spirito. E poi la materia, che è tutto ciò che vediamo, a condizione che abbia tutte le condizioni della materia: vale a dire le misure di altezza, di larghezza e di spessore di cui si compone un parallelepipedo compatto di carta stampata. Dopodiché, se vi trovate spirito, gusto e ragione, è tutto guadagno. Non domandiamo tanto: abbiamo, grazie al cielo, un libro e un autore in più. Dovremmo lamentarci? No. E tuttavia è bene diffidare di un paese in cui i grandi scrittori si contano a centinaia e d’una letteratura i cui i libri celebri sono così numerosi che non si saprebbe contarli.
Ho conosciuto un uomo di un sapere immenso che aveva trascorso la vita a raccogliere, secondo il loro ordine di acquisizione, tutte le nozioni scientifiche e coerenti della specie; e, poiché questo ordine era ovviamente quello d’una eccellente educazione, dove il pensiero, perfettamente diretto, procede in un progresso continuo dalla prime percezioni ai risultati più eccentrici dello studio e della riflessione, aveva finito per farsi, per il proprio uso, una enciclopedia ben superiore a quella del signor d’Alembert, e di un livello assai preferibile a quello del Lord Cancelliere Bacone. Il giorno della sua morte, il 9 ottobre 1808, accorgendosi di non aver punto dato un titolo alla sua opera, perlustrò con uno sguardo la prima e l’ultima pagina e, con mano ancor ferma, scrisse le parole seguenti sul frontespizio:

Dei maiali d’india.

La sua onniscienza non lo sospingerebbe oggi a un posto di accademico libero nella sezione di zoologia.
Gli anziani prosatori non sapevano che cosa fosse un libro. Pitagora, Democrito, Socrate, Epicuro non ne hanno fatto nemmeno uno. È già tanto osare dare questo nome ai dialoghi di Platone, agli aforismi d’Ippocrate e ai Moralia di Plutarco. Ateneo, Eliano, Stobeo, Valerio-Massimo, Aulo Gellio, Macrobio, Montaigne, Lamotte le Vayer, Diderot hanno nettamente deciso la questione. Hanno lasciato pagine bastevoli per far libri per mille generazioni di pedanti.
Bisogna dir tutto. Abbiamo ancora taluni grandi scrittori che non hanno fatto libri; ma costoro caduti nell’eccesso contrario a quello che rimprovero, e non avendo mai scritto una riga della loro vita, ciò che ho suggerito – che per essere letterato a Parigi bisogna aver scritto un libro – resta vero; a meno di non voler modificare così la proposizione: «Per essere letterati a Parigi non bisogna aver scritto mai nulla».
Per quanto mi concerne, se una cattiva abitudine, o il bisogno di distrarmi dalle angosce della malattia, finché non sarò giunto a dire con Posidonio che il dolore non esiste, mi forzeranno ancora a scrivere, non sarà per cominciare un libro. Abbandonerei al massimo alle ultime pagine delle mie tavolette sconnesse qualche ricordo, qualche impressione, qualche miraggio senza seguito, nell’attesa che la morte venga a soffiare ridendo sui fogli sibillini per restituirli, assieme a me, agli elementi.



Charles Nodier