mercoledì 8 aprile 2015

Excursus sulla tecnologia gutenberghiana

In La galassia Gutenberg, McLuhan, descrivendo l’impatto della stampa a caratteri mobili sulla cultura rinascimentale europea, sottolinea una contiguità importante quando afferma che «visualizzazione e quantificazione sono praticamente concetti gemelli».[1] Quantificare significa tradurre rapporti e realtà non visive in termini visivi: «Il principio per cui elementi non visivi, come il movimento e l’energia, vengono tradotti in termini visivi è il principio stesso della conoscenza ‘applicata’ in ogni movimento dello spazio e del tempo».[2] Come avviene questa traduzione? Attraverso l’interruzione e la separazione visiva del gesto. La conoscenza applicata «consiste nella segmentazione di ogni processo, di ogni situazione, o di ogni essere umano».[3]
Che cosa ha dunque esattamente inventato Gutenberg? McLuhan afferma che la stampa a caratteri mobili è un chiasmo di tecniche materiali precedentemente acquisite, come il torchio vinicolo o la tecnica di fabbricazione della carta. Questa risposta è però insufficiente, giacché, come suggerisce McLuhan, la tecnologia di Gutenberg rappresentò nel XVI secolo la soluzione esemplare del problema della meccanizzazione. L’applicazione tipografica, infatti, in quanto interruzione e separazione visiva dell’azione dell’amanuense, realizzò una specie di riordinamento gestaltico a livello percettivo, assurgendo a prototipo d’ogni meccanizzazione possibile: «La mera abitudine alle forme ripetitive e lineari della pagina stampata rese la gente fortemente propensa a trasferire questo metodo ad ogni sorta di problemi».[4] E più avanti: «La tecnologia gutenberghiana estese questo principio [quello della conoscenza applicata] alla scrittura, al linguaggio e alla codificazione e trasmissione di ogni genere di apprendimento».[5]
L’efficacia e il successo della tipografia dipendono, invero, dalla felice soluzione del problema della meccanizzazione. Ora, che cosa fa della meccanizzazione un “problema”? L’emergenza di una nuova tecnologia trascina con sé inevitabilmente una serie d’effetti “sociali” notevoli. Perlustrando gli effetti dell’alfabetizzazione prima e della stampa poi, McLuhan rileva che nel mondo occidentale si è verificata «una continua spinta verso la separazione dei sensi, delle funzioni, delle operazioni, degli stati emotivi e politici, oltre che dei compiti».[6] Le tecnologie sono, prima di tutto, fatti sociali e antropologici poiché agiscono nel campo sociale.[7] Le tecnologie non sono comprensibili come invenzioni dell’uomo, né come strumenti o macchine a sua disposizione, giacché sono esse a selezionare e riordinare i nostri sensi, gesti, gli strumenti e le macchine che di essi costituiscono il prolungamento, e ancora la vita pubblica e quella privata, la trasmissione del sapere, ecc. Una volta che si sono imposte, le tecnologie richiedono un’effettiva attualizzazione. In questo senso la meccanizzazione poté costituire un “problema”. Così, rispetto alla tecnologia meccanica, l’invenzione di Gutenberg rappresenta un po’ la soglia tecnologica, le scienze del XVII lo sblocco epistemologico, il mercato mondiale quell’economico, il sistema parlamentare quello giuridico-politico.[8] La disciplina del libro, il principio classico dell’autoregolazione del mercato e della natura (con Newton), la catena di montaggio e la letteratura di consumo sono tutti fenomeni che hanno potuto formarsi in virtù del processo di meccanizzazione avviato nel XVI secolo.

Note

[1] M. McLuhan, La galassia Gutenberg, Roma, Armando, 1976, pp. 216, 217.
[2] Ibid. p. 212.
[3] Ibid. p. 235.
[4] Ibid., p. 207.
[5] Ibid., p. 212
[6] Ibid., p. 73. Chiaramente qui la linearità del percorso non è ascrivibile ad un processo storicamente progressivo, ma unicamente ad un processo storicamente assegnabile.
[7] Quanto dice McLuhan a proposito degli effetti delle tecnologie nel campo sociale e antropologico trova un suggestivo parallelismo nelle parole di Deleuze, G., Foucault, Feltrinelli, Milano 1987, p. 47: «Le macchine sono sociali ancora prima di essere tecniche. O meglio, c’è una tecnologia umana che precede la tecnologia materiale. Senza dubbio quest’ultima dispiega i suoi effetti nell’intero campo sociale; ma affinché essa sia possibile, è necessario che gli utensili, le macchine materiali siano già state selezionate da un diagramma, assunte da dei concatenamenti».
[8] Questo processo di meccanizzazione risale indietro nel tempo. Già la sistemazione didattica della logica classica operata dalla scolastica si configurava come una manipolazione spaziale e geometrica, quantitativa o quasi quantitativa, delle parole. Di qui le note formule abbreviative e mnemotecniche utilizzate dagli Scolastici a scopo didattico. Ma nel sec. XVI, Pietro Ramo e i suoi seguaci spinsero l’ossessione per la quantificazione ben più in là: «L’elaborazione spaziale del suono attraverso l’alfabeto non basta. Le stesse parole stampate o scritte debbono essere dispiegate in rapporti spaziali, e gli schemi che ne risultano debbono essere considerati la chiave del loro significato» (Walter Ong, Ramus: Method, and the Decay of Dialogue, cit. in Marchal McLuhan, La galassia Gutenberg, cit., p. 218). Come nota McLuhan, La galassia Gutenberg, cit., p. 217, la spinta verso una logica e una dialettica quantitative “si espresse nella meccanizzazione della scrittura e in tutto ciò che seguì, anche molto prima di Gutenberg”[8], passando dalla scolastica alla matematica, dalla matematica alla scienza e dalla scienza all’economia. Senza dimenticare il successo di cui godette il ramismo, durante i secc. XVI e XVII, presso le nuove classi mercantili. Il meccanicismo dei secc. XVII e XVIII è solo uno degli esiti di un processo di misurazione e quantificazione che vide impegnata l’Europa già a partire dal secolo XVI. La generalizzazione della meccanizzazione fu un irresistibile processo di decollo economico e culturale.