martedì 7 aprile 2015

I vecchi bernoccoli degli anti-gender

La lettura sommaria e incompleta di un ponderoso libro di Francesco Piva (La gioventù cattolica in cammino, Milano, Franco Angeli, 2003) sulla Giac (Gioventù Italiana di Azione Cattolica), e sul suo operato nell’immediato dopoguerra, mi ha fatto pensare per un momento alla campagna anti-gender dei nostri giorni – campagna peraltro confortata dalle parole improvvide e sgradevoli di Bergoglio – condotta da talune frange cattoliche fra le quali va annoverata anche l’Azione Cattolica. Le pesanti insufficienze culturali di fronte ai cambiamenti sociali degli attori del dopoguerra e dei nostri giorni mi sono apparse, sotto molti punti di vista, assai simili e, per certi aspetti, le medesime.
Nell’immediato dopoguerra la Giac, va da sé, andava fiera della propria proposta formativo-religiosa; aveva una sua pedagogia e una sua morale sessuale, una morale sessuale piuttosto rigida. Umberto Eco, ricordando i suoi anni giovanili nella Giac, afferma che l’educazione da quelle parti era tutta imperniata sul sesto comandamento: «Non dimentichiamoci – dice – che l’educazione cattolica che si riceveva era: il contrabbando e l’evasione fiscale non sono peccato, perché sono contro la legge dello Stato che è contingente […] Il problema era che uno non commettesse atti impuri» (p. 205). Per Eco la sessuofobia dell’Azione Cattolica fu enfatizzata dal fascismo, sotto le cui ali nere prosperò: togliendole il discorso politico non le restava che il privato, lo strettamente personale. Ma la cosa più interessante ce la dice Fortunato Pasqualino. (Fortunato Pasqualino chi se lo ricorda? Era un filosofo e uno scrittore cattolico; era anche un romanziere. Negli anni dell’università conobbe Carlo Carretto, presidente della Giac e lo seguì a Roma). Per Pasqualino, l’Azione Cattolica e la Giac offrirono nel dopoguerra una solida sponda ideologica ai giovani usciti dalla dittatura e dalla guerra; la Giac, dichiara, «contribuì a debellare un desueto laicismo e ci aiutò ad assaporare meglio l’avvento della democrazia» (p. 58). E questo, per Pasqualino, è vero anche per i temi della morale sessuale: «C’era stata un’orgia d’immoralità, di criminalità, con le guerre e dopo. La Chiesa ritenne di compiere il proprio dovere richiamando a una certa disciplina, sia di comportamento sia di pensiero […] Il buon senso profondo diceva che bisognava ascoltare un certo imperativo etico e spirituale nello stesso tempo. Si aveva bisogno, finalmente, di essere disciplinati. La Chiesa, in certi momenti storici, in quel momento storico in modo particolare, penso abbia saputo interpretare esigenze che direi persino fisiologiche» (pp. 205-206).
Che, grosso modo, interpretasse quella disciplina così come l’aveva interpretata il fascismo non dovrebbe meravigliare più di tanto. Si continuava a ragionare come il genetista Luigi Gedda che fu presidente della Giac dal ’34 al ’46. Si trattava ancora e sempre di inoculare le virtù guerresche e sportive, l’ardimento e la forza di volontà che avevano forgiato, si fa per dire, i giovani fascisti. Anzi, chiarisce Piva, questa ideologia che coniugava purezza e mascolinità, requisiti che si contrapponevano alla remissività e all’emotività femminili, fu precisamente ciò che «la cultura propagata dalla Giac» offrì «al regime fascista quale contributo alla politica demografica e bellicista» (pp. 206-207). Gedda, prosegue Piva, «scrisse che la purezza era “il primo e più importante capitolo dell’eugenetica” e più di ogni altro fattore garantiva un matrimonio fondato sulla “sanità della famiglia”» (p. 207). Il discorso ci porterebbe assai lontano ma vorrei concludere.
Guardandosi attorno, il buon Pasqualino non scorgerebbe oggi le orge di immoralità di quegli anni lontani, né, per la Chiesa “disciplinatrice”, si tratta, oggi, di essere troppo rigidi. Monsignor Sigalini, che è vice-assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica, Sigalini, dunque, bontà sua, arriva a concedere che è dovuto un «obbligato rispetto a chi non è nella normale posizione di maschio e femmina»… E tuttavia bisogna porsi qualche interrogativo. Le “stravaganze” wojtyliane sulla uni-dualità relazionale di uomo e donna – derivate quanto si vuole dall’opera di Edith Stein – lasciano il tempo che trovano. La domanda è: che cosa passa attraverso questa valorizzazione dell’identità dell’uomo e della donna, del maschio e della femmina? Il dubbio è che sotto la crosta di un linguaggio “aggiornato” ci stiano sempre la stesse idee adespote – vecchi bernoccoli su teste invecchiate anzitempo: la subalternità (o sudditanza) della donna all’uomo, una sessualità astratta e parziale e una costellazione di ruoli stereotipi ma (quasi) fuori di scena, osceni: quello del giocatore, del vagabondo e del deviato. Eppure la Chiesa sa – o dovrebbe sapere – quanto gli elementi non regolati e non regolari – non convenzionali – appartengano a ogni membro della società e a ogni membro di quella società peculiare che è la Chiesa stessa.