venerdì 15 maggio 2015

Dire quello che si pensa

È un luogo comune. Non lo ritrovo fra quelli di cui Bloy fa l’esegesi e dunque ci provo io a offrirne un’interpretazione. Ci sono arrivato mentre leggevo una notiziola su Corriere.it. Tale Belloli, presidente della Lega calcio dilettanti, ha detto: «Basta dare quattro soldi a queste quattro lesbiche!». Parlava del calcio femminile, che è, credo, disciplina olimpica, ma che in un paese di calciofili (pingui, semianalfabeti e teledipendenti) non deve riscuotere un grande apprezzamento. Tutto questo valga come premessa ché il succo viene ora. Fra i commenti dei soliti fenomenali lettori leggo: «Qualcuno che dice quello che pensa…». Ecco, giustappunto, il mio luogo comune.
Ora, dire quello che si pensa significa, per chi lo rivendica per sé o per gli altri, dire una qualunque sciocchezza, anzi, dire la peggiore delle sciocchezze e, contemporaneamente, pretendere di farla franca. Va da sé che l’apprezzamento per questa clamorosa mancanza di peli sulla lingua vale soprattutto per sé e per gli amici: non sia mai che a dire quello che pensa sia un avversario, il vicino di casa, un connaisseur. Allora è mancanza di riguardo, è sgarbataggine, ingiuria, diffamazione. Ho detto che Bloy non parla di questo luogo comune; tuttavia ritrovo qualcosa nel capitoletto intitolato «Les pensées de derrière la tête [I pensieri dietro la testa]». La riserva mentale è un po’ il pendant del dire quello che si pensa. La riserva mentale, infatti, concede a Tizio o a Caio di tacere i pensieri troppo sfacciati («de devant la tête», dice Bloy), i pensieri di facciata («pensées de façade»), e, contemporaneamente, di farsi i fatti propri. (P. S. Il traduttore italiano per le Paoline, il bravo Auletta, traducendo «Les pensées de derrière la tête» con «La riserva mentale», si perde tutti i calembour di Bloy).