domenica 17 maggio 2015

Gabriel vs di Cesare

Non ho ancora trovato l’articolo di Markus Gabriel sul Corriere – non l’ho ancora trovato online – ma mi riprometto di recuperarlo quanto prima. Sarebbe – è – una risposta a Donatella di Cesare che, sempre sul Corriere, l’undici maggio scorso, proponeva una analisi della situazione attuale della filosofia tedesca dando un minimo di ‘prospettiva’ alle contingenze dell’affaire Heidegger (e non solo). L’articolo si concludeva con la menzione di Markus Gabriel. Donatella di Cesare vi sottolineava, en passant, l’angustia di una prospettiva filosofica, quella del cosiddetto ‘nuovo realismo’, che negli ultimi tempi ha conosciuto una certa diffusione. Markus deve essersela presa e dagli stralci che ho potuto leggere replica vivacemente a Donatella di Cesare rimproverandola, fra le altre cose, di non aver preso atto della ‘svolta realistica’ della filosofia contemporanea. Il che è anche possibile... Infatti, non è senza un certo fastidio che abbiamo appreso (il noi, diceva Manganelli, è, nella critica, un pronome di vigliaccheria; sarà sufficiente qui la mia assicurazione che ho discusso di tutto questo con altri otto furiosi e che mi son trovato d’accordo con essi?) di questa ‘svolta’ che sinora ha regalato una certa visibilità ad alcuni filosofi nostrani e a Markus Gabriel. Di questa pretesa ‘svolta’ ci è apparsa subito lampante l’inconsistenza. Il realismo, anche riformulato in maniera ‘sofisticata’, resta, nella testa di tutti quelli che bazzicano un po’ la filosofia, un’ingenuità imperdonabile e un ferro vecchio. Di fronte alle banalità sconcertanti di certi ‘neorealisti’, di fronte all’insulsaggine di un’impresa che vorrebbe dimostrare, oggi, nel 2015, la realtà del mondo esterno (dimostrarla, per esempio, come fa Maurizio Ferraris affermando che la multa del vigile urbano non è un fenomeno ma una cosa in sé), di fronte all’insulsaggine che consiste nel maneggiare concetti insulsi – di fronte a tutto questo abbiamo gongolato quando Carlo Sini ha detto: «Son tutte cazzate!». La distrazione di Donatella di Cesare sulla presunta svolta appare dunque congrua e salubre.