mercoledì 20 maggio 2015

Il ristorante di Markus Gabriel

Leggo l’articolo di Markus Gabriel, comparso sul Corriere domenica scorsa 15 maggio, dove, rispondendo con asprezza a Donatella di Cesare, ribadisce che «il mondo non c’è». È la tesi fondamentale che leggiamo nel suo libro pubblicato in Italia da Bompiani (con il titolo Perché il mondo non esiste): «Il mondo dovrebbe dunque essere l’ambito che comprende tutto […] ma proprio questo onnicomprensivo, il mondo, non esiste e non è possibile che esista». Che cosa significa, tuttavia, che il mondo, come ambito degli ambiti, non esiste? Gabriel ricorre a un esempio che riporto di seguito: «Immaginiamo di trovarci con i nostri amici a una cena al ristorante. Ora, abbiamo qui un ambito che comprende tutti gli altri? Possiamo, per così dire, tracciare un cerchio attorno a tutto ciò che appartiene alla nostra serata al ristorante?». Gabriel prosegue dicendo ci sono tante situazioni, tanti fatti, tanti eventi ecc. irrelati, tanti piccoli mondi – compreso il mondo del ragno sul soffitto, compreso il mondo dei borborigmi digestivi – che non entrano in contatto fra loro e di cui non sappiamo nulla. Quello che capiamo da questo esempio è che esistono i piccoli mondi (tante Gegenstandbereich o tanti Sinnfeldes, settori di oggetti, campi di oggetti) ma non il grande mondo (Gabriel dice anche Supergegenstand) che li contiene tutti; in altre parole, esistono i commensali, esistono i camerieri, i ragni sul soffitto, le dispepsie dei ghiottoni ecc., ma non esiste il ristorante. La mia è una battuta e, tuttavia, non è soltanto una battuta…
Che il mondo non sia un oggetto, anzi, un superoggetto (Supergegenstand), un insieme di oggetti, la totalità degli oggetti, non è idea nuova. Ha ragione Donatella di Cesare quando dice che lo aveva già sostenuto Heidegger (per esempio si legga il seguente passaggio tratto dal § 14 di Essere e Tempo, Milano, Mondadori, 2001, p. 191: «Né la raffigurazione ontica dell’ente intramondano, né l’interpretazione ontologica dell’essere di questo ente colgono in quanto tali il fenomeno del mondo»). Bisogna peraltro aggiungere che nemmeno per Husserl o per Fink il mondo è la somma o totalità degli enti. Insomma, per costoro il mondo è irriducibile al ‘fenomeno’, è – o rischia di diventare – il punto cieco dello sguardo fenomenologico. Gabriel va però un po’ più in là: il mondo, ci dice (lo specifica anche nell’articolo apparso sul ‘Corriere’) non è nemmeno un esistenziale (nel senso di Heidegger ovviamente).
Ciò nonostante, lo abbiamo visto, esistono i mondi, i piccoli mondi: il mondo del ragno, il mondo dei commensali, il mondo dei camerieri, il mondo dei batteri, dei processi digestivi ecc. Quello che preme a Gabriel è negare che tutto sia in relazione con tutto, negare che il battito d’ali di una farfalla brasiliana possa scatenare un tornado nel Texas (negare l’effetto farfalla descritto dal matematico e meteorologo Edward Lorenz). Ma lesempio è fuorviante... Con i suoi piccoli mondi irrelati, con i suoi piccoli mondi che non compongono il mondo (che difatti non si sarebbe), Gabriel vuole salvare il realismo. E forse Gabriel non ha altra strada che questa per salvarlo. Se i piccoli mondi fossero punti di vista sul mondo, sulla totalità, ecco che avremmo solo punti di vista, modi di vedere, immagini di mondo di quell’unico mondo che fuggirebbe sempre nella sua ‘realtà’; invece: «i vari piccoli mondi non [sono] prospettive di quell’unico […] solo loro esistono» e sono reali. Non soltanto il ragno, ma anche le fantasie di tizio o di caio e tutto il resto: «un catalogo – scrive Ferraris nella sua presentazione al libro di Gabriel – più rigoglioso dell’enciclopedia cinese di Borges, fatto di unicorni, fate, tasse, notizie giornalistiche e così via». Solo l’irrelazione fra queste cose, avvenimenti, oggetti, stati, campi, consente loro di essere ‘reali’. Almeno secondo Gabriel…
Eppure a mettere assieme tutte queste cose non è lo stesso Gabriel con il suo ‘racconto’? Il racconto dell’irrelazione non mette, significativamente, in relazione ciò che si pretenderebbe irrelato? In altre parole, perché il ragno inosservato appaia nella sua impassibilità sul soffitto non abbiamo bisogno di un racconto? Non abbiamo bisogno di un racconto che metta in scena dei commensali intenti a consumare vivande, camerieri affaccendati ecc.? Infine: la ‘realtà autonoma’ del ragno sul soffitto non è un racconto per noi piuttosto che per il ragno che non ne sa nulla della propria ‘realtà’ né del soffitto né del suo essere ragno? Il racconto – un’altra parola per il mondo… Ma anche il ristorante è una metafora del mondo come sanno tutti quelli che ci vanno.
Non so se la preoccupazione reale di Gabriel sia quella di restituire la stabilità a quel mondo che pure, per lui, non esiste; ma forse il suo discorso risulta interessante mettendolo proprio in questi termini. Nell’Essenza del fondamento (cfr. Segnavia, Milano, Adelphi, 1987, p. 101), Heidegger ci dice che in Agostino – di cui parla incidentalmente – ci sono due significati per la parola mundus: mundus significa ens creatum, mundus significa habitare corde in mundo. Ne Il concetto di Amore in Agostino, Hannah Arendt rimprovera ad Heidegger di aver tralasciato il primo significato a favore del secondo. Il facere e il diligere edificano un mondo e lo rendono stabile. Basterebbe questa sottolineatura arendtiana a rassicurare Gabriel sulla solidità – ‘realta’ – delle cose, dei tavoli, delle sedie, dei mal di pancia, del ragno, del ristorante?