giovedì 14 maggio 2015

Quali le competenze per i nostri docenti?

È la domanda che si pone l’opuscolo intitolato La buona scuola stilato dal governo. Segue una risposta piuttosto articolata da cui traggo il seguente passaggio: «Ci si aspetta inoltre che non insegnino solo un sapere codificato (più facile da trasmettere e valutare), ma modi di pensare (creatività, pensiero critico, problem-solving, decision-making, capacità di apprendere), metodi di lavoro (tecnologie per la comunicazione e collaborazione) e abilità per la vita e per lo sviluppo professionale nelle democrazie moderne». Volgarizzo: ci si aspetta che formino le risorse umane – ciò che presuppone che la scuola si dia la struttura dell’impresa, che il ‘sevizio-scuola’ venga aziendalizzato. Questo richiede la nostra epoca presente, la moderna democrazia; questo richiede la globalizzazione. È inutile che aggiunga che una simile idea dell’insegnamento e dell’educazione fa accapponare la pelle. Le imprese non meritano che ci si assuma un compito che, peraltro, già svolgono egregiamente con i mezzucci loro – tutti tesi all’automazione dell’attività cognitiva, alla sua parcellizzazione, alla sua adeguazione, al suo abaissement. L’insegnamento dovrebbe invece formare ‘giocatori’ (o ‘campioni’) in grado di combattere la strategia della stupidità tecnologica, in grado di rovesciare la creatività commerciale in creatività politica; l’insegnamento dovrebbe, per dirla con Feyerabend (Addio alla ragione, Roma, Armando, 1990, p. 312) «immunizzare le persone contro i tentativi sistematici di fornire loro un’istruzione».
Si è detto stupidità tecnologica, stupidità commerciale ecc. Si tratta di truismi. Feyerabend ci offre la seguente descrizione: «Ebbene, se inclinazione si contrappone a inclinazione, allora alla fine vince l’inclinazione più forte, il che oggi e in Occidente significa: le banche più grosse, i libri più spessi, gli educatori più determinati, i cannoni più grandi» (cit., p. 305). È una forma di «umanitarismo belligerante» ma è pure violenza camuffata e stupidità camuffata. Insisto sulla stupidità…
C’è la definizione di Kant nella Critica della regione pura (Milano, 1987, Bompiani, p. 215, nota 1): la stupidità (Dummheit) è la mancanza (Mangel) della facoltà di giudizio (Urteilskraft). A questa mancanza, dice Kant, non c’è rimedio: nessuna scuola (parlavamo per l’appunto di scuola) saprà mai integrare la carenza di una dote naturale. Deleuze ha un’altra idea della stupidità (bêtise). Per Deleuze (cfr. Logica del senso, Milano, Raffaello Cortina, 1997, pp. 194 e ss.) la stupidità ha una dimensione enciclopedica, gnoseologica e cosmica; in altre parole è una struttura del pensiero. Per questo dobbiamo introdurre nel paesaggio trascendentale la figura dell’imbecille (e dello schiavo e del tiranno)… Alla stupidità non si oppone chiaramente la ‘cultura’ ma l’intelligenza. Anzi, la cultura – lo abbiamo detto in un modo o nell’altro, lo abbiamo capito – è oggi stupida: è mercantilismo, è gigantismo, è tecnicismo, è scienza, è quell’umanitarismo in cui l’uomo è solo quello «addestrato da esperti» (Feyerabend, Op. cit., p. 310)…
«Warum ich so klug bin», perché sono così intelligente, è il titolo di un capitoletto di Ecce homo. L’intelligenza contro la forza, contro la prepotenza dei forti che fabbricano il ‘vero’ e i ‘cannoni’ – l’intelligenza contro la stupidità e i ‘fatti’ della stupidità, fabbricati dalla stupidità. Non è un caso che Nietzsche reclami una educazione in physiologicis (e si può trovare buffa questa sua istanza). Lo stupido (Dumme) si combatte con l’alimentazione, con il clima, con lo svago, con la musica; sono queste cose a dare forza (Kraft, vigor) al metabolismo, a renderlo virtuoso. Perché non si tratta soltanto di superare il divieto di pensare (lo «Ihr sollt nicht denken!», il «Voi non dovete pensare!») ma anche (e soprattutto) di pensare bene – per non diventare un istrice (Igel), per porgere mani aperte, per insegnare.