lunedì 22 giugno 2015

Eco e gli imbecilli

Umberto Eco ha definito imbecilli i commentatori dei Social Network (e in particolare se l’è presa con quelli di Twitter). Si è detto che ha commesso un errore di ‘comunicazione’ – il caso ha voluto che commettesse un errore di comunicazione proprio mentre l’Università di Torino gli conferiva una laurea honoris causa in ‘Comunicazione e Culture dei Media’. 
Eco può essere accusato del peccato di superbia. Ma non è quello che gli si è stato rimproverato, almeno non di preferenza. Piuttosto lo si è accusato di accidia. L’accidia, a dire il vero, è un po’ il peccato degli ‘intellettuali’. Ne sapeva qualcosa Petrarca e, prima di lui, Agostino, che dice che l’intellettuale (quale anacronismo!) è tentato dal tedio «ita ut aliquando eum nec legere nec orare delectet» (Enarrationes in psalmos, 106,6). L’uomo della strada – e cioè a dire l’imbecille, ut supra dixi – ne sa molto di meno, ma molto ‘indovina’. Un tic adespota lo ha spinto spesso – e lo spinge tuttora – a screditare l’attività dell’intellettuale, a rimproveragli il vagare con il pensiero e, soprattutto, il piacere che ne trae – se l’intellettuale non fosse, talvolta, così gioioso, giocoso, mondano, non susciterebbe tutta questa indignazione; e, tuttavia, l’accidia è tristitia –; a celebrare il sudore della fronte e, corollario non marginale, l’honestas del lavoro manuale. Sorge il sospetto che non si tratti qui esattamente dell’indignazione dell’homo faber, mi si passi la battuta, ma, piuttosto, dell’indignazione dell’invidioso. Sarebbe il terzo peccato (vizio) capitale che tiro in ballo in una mezza paginetta. Non è un caso che gli intellettuali abbiano cercato di accreditarsi come professionisti, come servitori della società, come missionari. Da Clemenceau (che coniò forse il neologismo intellectuel) a Weber, a Foucault (che s’inventa la figura dell’intellettuale specifico) è sempre la stessa esigenza che si intende far valere – quella di un ruolo attivo e produttivo dell’intellettuale nella società.
Con una buona dose di enfasi, George Steiner, autore di un agile e deludente libretto sulla tristezza del pensiero, ci parla di un panico atavico, di una invidia subconscia che alimenterebbe la «rivolta delle masse» e «la brutalità filistea dei media che hanno reso derisoria la denominazione stessa di ‘intellettuale’» (Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero, Milano, Rizzoli, 2007, p. 73). Steiner non ha commesso l’errore di Eco – che è poi, per dirla ancora con Steiner, quello di aver «pensato a voce troppo alta» –; non lo ha commesso perché queste idee non le ha espresse in una conferenza pubblica: le ha serbate per sé e per quelli come lui consegnandole a un libro.