giovedì 25 giugno 2015

Fusaro ideologo anti-gender

Su Diego Fusaro e sul suo ultimo intervento sul ‘Fatto’, Paolo Ercolani ha già detto molto in un articolo sul ‘Manifesto’; perciò corro il rischio di ripetere alcune delle sue obiezioni. Nondimeno le sue opinioni sulla famiglia e su quella che, con una buona dose di enfasi, definisce «la distruzione capitalistica della famiglia», mi appaiono così sgradevoli da spingermi a dirne qualcosa.
Fusaro, questo il mio parere, avrebbe potuto sostenere il contrario, esattamente il contrario, di quello che sostiene: dire che il ddl Cirinnà estende la tutela delle solidarietà erodendo, magari solo superficialmente, il continente del do ut des. Invece ha preferito dire che ogni estensione dei diritti demolisce la comunità primaria o primeva della famiglia e produce gli individui isolati, gli «atomi isolati incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato». È un argomento che non persuade, un argomento pernicioso, un argomento contraddittorio. Ad essere buoni si potrebbe dire che Fusaro sia vittima di un abbaglio. E tuttavia si fatica a comprendere le ragioni di questo abbaglio.
Bertrand Russell, in maniera piuttosto tranchant, denunciava in Tommaso d’Aquino la carenza di un vero spirito filosofico: non che l’Aquinate mancasse di intelligenza; piuttosto il dogma cattolico determinava in anticipo la ‘direzione’ del suo pensiero (traggo queste considerazioni di Russell da un interessante articolo sul The Guardian firmato da Nick Cohen). Anche Fusaro si è sottomesso a un dogma? Duro fatica a credere che Fusaro creda nella famiglia tradizionale e «costituzionale», come proclama rubando il mestiere al giurista; che vi scorga qualcosa di intatto e di universale, di completo (kath’holon).
Direi piuttosto che ne fa un labaro, che parla e arringa da ideologo. Fusaro sceglie il ‘tema’ della famiglia alla stregua di un ticket nel senso di Horkheimer e Adorno. Con questa espressione i due francofortesi segnalavano un mutamento del processo ideologico nel suo rapporto con l’industria culturale. Poiché quest’ultima fa circolare contenuti (informazioni) universalizzandoli, intersecando i processi ideologici universalizzerà le idiosincrasie. Si dirà dunque: «gli ebrei sono dappertutto», oppure: «gli omosessuali sono dappertutto», ecc. (che altro è il ticket se non un repertorio di slogan?). La minaccia della cosiddetta ideologia gender alla famiglia tradizionale è un simile ticket spendibile e remunerativo. Fusaro, e in questo ha perfettamente ragione Ercolani, è il tipico intellettuale che si atteggia a rivoluzionario tacendo la sua totale ‘organicità’ al sistema che pure finge di contestare.
Ma c’è di più o, per meglio dire, bisogna dire di più. Smerciare le idiosincrasie non è sufficiente; bisogna che questa ‘attività’ assuma, per dirla con il Gadda del ‘Pasticciaccio’, «le dimensioni e la gravezza di un’attività morale» quando, nei fatti, non è che un’attività «pseudo-etica», un’attività «scenica e sporcamente teatrata».