lunedì 15 giugno 2015

I luoghi comuni si vendicano

Quelli de ‘L’intellettuale dissidente’ pubblicano un libercolo sui luoghi comuni (Cfr. Lorenzo Vitelli, Andrea Chinappi (a cura di), Neolingua, La cultura dominante dalla A alla Z, Circolo Proudhon Edizioni, 2015). Chi si propone un simile obiettivo dovrebbe sapere che le parole dei cosiddetti luoghi comuni hanno un ‘peso’ specifico tutto loro. I luoghi comuni, lo sapeva bene Flaubert, sono idee reçues, sono pensieri codificati, sono soluzioni e argomenti già lì, a disposizione, costituiscono il repertorio della tradizione, di una tradizione più o meno lunga e stratificata. Vedervi soltanto una scorciatoia del pensiero, di un pensiero che non pensa a fondo e che ricorre al già detto, pour parler, significa riconoscere solo una metà dell’essenza del luogo comune.
La repulsione di fronte al luogo comune è ingenua. Ha ragione Derrida quando dice che il luogo comune – l’idea reçue – non è incompatibile con l’esigenza critica e antidogmatica della filosofia. In fondo, prosegue Derrida, la filosofia non è che un’enciclopedia di idee ricevute cui si torna e si ritorna con scopi esegetici. Non che non sia presente, nella filosofia, un elemento poietico, ma ciò a cui si aspira, creando nuove idee (concetti, direbbe Deleuze) sulla base delle vecchie, tradendo la tradizione delle vecchie, è la forma stabilita – il luogo comune, appunto, l’idea.
Non forme di non-pensiero, ma forme di pensiero ricevuto, i luoghi comuni restano da pensare e da ripensare. Certo, questo non avviene nella chiacchiera quotidiana, dove la sorveglianza, lo spirito critico, esegetico, sonnecchia o è istupidito.  Il punto però è un altro.
Questo aspetto dei luoghi comuni, visto così bene da Flaubert e da Léon Bloy, non è nemmeno scorto dai curatori del volumetto menzionato all’inizio. Per loro il luoghi comuni, quelli nuovi, nuovissimi della neolingua, dei nuovi media, sono solo dei simulacri di realtà, dei significanti per significati che mancano, dei concetti senza oggetto, senza riferimento, senza una qualche connessione con la ‘realtà’ nuda e cruda: degli specchietti per le allodole, slogan propagandistici dei ‘padroni’ dei concetti, artefici del pensiero unico e dominante. Scrive Lorenzo Vitelli, uno dei curatori: «Mentre i dialetti e le particolarità linguistiche si annullano e la lingua diventa un processo unidirezionale calato dall’alto – pensiamo a neologismi quali omofobia, diritti umani, austerità, spread – il significato delle parole non nasce più spontaneamente dalla comunità. Il processo di significazione interno al lessico non è stabilito comunemente, ma è monopolio di qualcuno».
L’apologia – come altro chiamarla? – dei dialetti, della saggezza popolare, dello spirito comunitario, dovrebbe insospettirci. Intanto perché è, precisamente, un luogo comune. In soldoni ci si suggerisce di non pensare in maniera troppo diversa dalla ‘tradizione’, di non esercitare troppo lo spirito critico e antidogmatico, di accettare le ‘evidenze’, quelle evidenze che la neolingua dei nuovi padroni pretenderebbe di mettere in discussione – la sana evidenza cui ci si richiama come ci si è già richiamati alla realtà, o alla comunità spontaneamente produttrice di logoi; l’evidenza di concetti «quali ‘uomo’ e ‘donna’, ‘famiglia’ e ‘identità’, ‘guerra’ e ‘pace’». Non è curioso che chi ci invita a diffidare dei luoghi comuni – delle idee reçues – finisca, quasi senza accorgersene, per ammannirceli? I luoghi comuni si vendicano.