lunedì 13 luglio 2015

La fata di Pinocchio secondo Biffi

In Pinocchio, scrive Giacomo Biffi, l’unico personaggio femminile, quello della fata, si sobbarca il compito di «raffigurare il principio femminile» (Contro Maestro Ciliegia, Milano, Jaca Book, 1977, p. 100); beninteso, non un principio femminile ‘qualunque’ (si notino le virgolette), bensì quello sotteso «all’opera di salvezza» – o, per uscire dalla forma mentis cristiana, all’iniziazione, non priva di crudeltà, cui la ‘Signora degli animali’ sottopone i propri figlioli (ma di questo Biffi non parla). E così è quasi ovvio che la vergine bambina dai capelli turchini sepolta sotto una lapide marmorea ricompaia, «ormai donna e pronta a effondere il suo amore materno» (p. 142); e cioè «nelle vesti di una giovane e solerte donna del popolo, [di] una massaia che sa, con l’arte di cucinare, quella di ricondurre [gli uomini] alla regione […]» (p. 138). Anche qui la donna o signora o dea che guida spiritualmente il maschio preda della libido è luogo comune. Ma che vogliamo di più? Non ci può bastare un cavolo condito con l’aceto? Non ci può bastare un bel confetto riempito di rosolio? È una quadretto edificante che profuma di bucato. Gli opporrei, per gusto dell’ossimoro, quello dell’atrabilioso Ceronetti. Traggo il passaggio da Tragico tascabile (Milano, Adelphi, 2015): La famiglia è un luogo sporco, manina inutilmente lavata di Macbettina. E in quei lazzaretti infetti crescono talvolta abnegazioni e sublimità indicibili, ma prima di lodarle stupefatti consideriamo questo: senza la basilare fossa dei serpenti e la fogna segreta che le fonda, spalleggia e suscita, non avrebbero preso il volo».