lunedì 13 luglio 2015

Léon Bloy e la sua esegesi dei luoghi comuni

Un’esegesi dei luoghi comuni, verrebbe fatto di pensare, esamina una gran quantità di temi. Il commento degli oltre trecento luoghi comuni esaminati da Léon Bloy, nelle due serie pubblicate a distanza di dieci anni l’una dall’altra (nel 1902 e nel 1912), indugia o, per meglio dire, insiste su un unico tema. Questo tema è, all’incirca, la stupidità, la bêtise.
Beninteso, i luoghi comuni non sono esattamente stupidi (possono pure esserlo ma non è questo il punto); i luoghi comuni sono idées reçues, pensieri cristallizzati, sono soluzioni e argomenti già lì, a disposizione; costituiscono il repertorio della tradizione, di una tradizione più o meno lunga e stratificata. (Vedervi soltanto una scorciatoia del pensiero, di un pensiero che non pensa a fondo e che ricorre al già detto, pour parler, significa riconoscere solo una metà dell’essenza del luogo comune). Bloy lo sa benissimo: stupido, o imbecille o borghese, come ama ripetere, è colui che vi si riduce nella sua chiacchiera quotidiana (nel Gerede heideggeriano). Ora, lo stupido è colui che non pensa,[*] colui che non fa alcun uso della facoltà di pensare, della faculté de penser (cfr. Exégèse des lieux communs, Paris, Mercure de France, 1902, p. 7): le formule stereotipate dei luoghi comuni pensano, in certa misura, per lui. Il che significa che non è in grado di interpretarli e che, impiegandoli, dice ciò che forse non direbbe, che preferirebbe tacere.
Che li interpreti troppo alla lettera? Chopin, racconta Cristina Campo (ma è possibile che parli solo di sé), detestava di essere creduto sulla parola: i suoi modi, la sua cortesia richiedevano un pudore, una decenza, di cui talvolta gli interlocutori difettavano. In effetti, l’undestatement, la litote, l’iperbole, l’ironia richiedono un esprit de finesse (nel senso di Pascal) nella conversazione come nella lettura. Quale che sia il contenuto del luogo comune, lo stupido opera una reductio che, saltando a piè pari le sottigliezze del parlare sofisticato e concettoso, finisce per ignorare anche la lettera. È una reductio al caro vecchio buon senso, a quel bon sens che Descartes immaginava la cosa meglio distribuita (mieux partagée) al mondo – salvo poi chiosare, ironicamente, che nemmeno gli incontentabili, i lamentosi, ne desiderano di più, più di quanto non ne abbiano. È l’«incubo letterale» di cui parla Cristina Campo, «dove tutto vale quel che sembra» (Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, p. 90). Ed è la tara di un pensiero a sua volto ridotto all’utile, di un pensiero economico (œconomucis). Non a caso, per Bloy, lo stupido è il borghese.
Ho detto che lo stupido non è in grado di interpretare il luogo comune; debbo aggiungere che, a dire il vero, lo interpreta per ciò che sembra valere nella chiacchiera quotidiana, e cioè a dire per una sorta di urbanità, per una sorta di istruzione e, persino, per una sorta di saggezza. Tuttavia non ignora del tutto, lo stupido, di ricorrere a una scorciatoia a buon mercato, giacché non gli è costata alcuno sforzo della facoltà di pensare. Ignora invece il kitsch di questo suo linguaggio: quell’interruzione col mondo delle idee e quel ridursi nell’immanenza della simulazione (Broch), che ne fanno la sua malattia (tara, ho detto prima). L’idioma dello stupido (borghese) è la caricatura inconsapevole del volgare vagheggiato da Dante nel De vulgari eloquentia: né illustre, né cardinale, né aulico, né curiale ma una simulazione di tutto questo.
Accennavo sopra alla ragionevole ricchezza di temi di una esegesi dei luoghi comuni. La sorda ed esasperante monotonia del commento di Bloy ha una ragione manifesta. Bloy guarda ai luoghi comuni a partire dallo stupido che li impiega; la monotonia del commento è un riflesso della stupidità del mondo ristretto e gretto dello stupido (del borghese), e cioè di un pensiero che, come ama ripetere Alfredo Marini, non ha fatto il giro del mondo. Poco importa che siano possibili altre esegesi; l’esegesi di Bloy fa suo un criterio ermeneutico difficilmente contestabile; perché è difficilmente contestabile che il luogo comune emerga come tale solo nell’impiego che ne fa lo stupido. Quella di Bloy non è una raccolta di excerpta sciocchi e grotteschi. Si può contestare la sua esegesi punto per punto; si può trovare puerile e intollerabile quel suo voler scoprire, dietro il luogo comune, il linguaggio teologico e la massima evangelica camuffati e incompresi; ma non si può negare la fecondità del suo metodo; metodo che ha dato alla stupidità, come ha notato Deleuze di passaggio, la dimensione gnoseologica che meritava.
 

Nota

 [*] Per decifrare la stupidità altrui bisogna essere un grande stregone – bisogna tenere in esercizio un congegno ermeneutico molto complicato. Una certa maniera di giudicare la stupidità degli altri, dice Michel Adam, rischia di essere la maniera per gli altri di giudicare la mia propria stupidità. Il giudizio sulla stupidità non può essere facile. Perché niente è stupido se non in correlazione a un contesto. È un po’ come nel caso dell’autenticità heideggeriana. Per questa ragione Deleuze fa della stupidità un trascendentale, una struttura del pensiero. Così Derrida (La bestia e il sovrano, Milano, Jaca Book, 2009, p. 195): «Dicendo che la stupidità non è mai quella altrui, Deleuze suggerisce dunque, diciamo, che la stupidità sia al centro della filosofia, il che la invita alla modestia, e dichiara soprattutto che la stupidità, la possibilità della stupidità non è mai quella altrui perché essa è, sempre, la mia e la nostra, sempre, quindi dalla parte della mia parte, di ciò che mi è vicino, proprio o simile».