martedì 21 luglio 2015

Questione di vita o di morte?

Grecia è prima di tutto Occidente. Ed è questione di vita o di morte che Occidente rimanga». Così Ceronetti sul “Foglio”. Non molto diversamente s’era espresso Cacciari qualche giorno prima. Questi pensierini sembrano formulati apposta per rannuvolare la fronte dell’homme moralisé. Già, perché la sua saggezza pratica può pure inclinarlo a celebrare la δημοκρατία contro il giogo economico e la burocrazia oppure, tutto il contrario, a chiedere, nella sua qualità di homo œconomicus, sacrifici ai greci; ma nell’uno e nell’altro caso permane, al fondo, una specie di disincanto: i greci di oggi non sono quelli di ieri, la Grecia di oggi non è la Grecia di Aristotele e di Platone, e nemmeno quella di Pericle. Ceronetti e, forse, Cacciari ne fanno invece una questione di vita o di morte e questo non è molto comprensibile, perché noi siamo (anche) ciò che i greci furono: i greci ce li portiamo appresso. Insomma, Grecia capta ferum victorem cepit. Quella visione drammatica non scaturirà dunque da una specie di “svisamento”? Da un vezzo “umanistico” e “letterario”? Oppure: non sarà un volere il sacro tempio dell’antico mito fondativo (e un volerlo tutelato dal rischio del profano, perché la profanità è sempre del presente)? «Il tempio è sacro perché non è in vendita», diceva Ezra Pound…