martedì 4 agosto 2015

È una pazzia una piazza dedicata a Ipazia?

Rino Cammilleri, ormai più di un mese fa, si domandava se dedicare una piazza a Ipazia non fosse una ‘pazzia’. Scriveva pazzia ma intendeva ‘indecenza’. Nel frattempo Ipazia ha avuto la sua piazza. Ipazia, questa l’opinione di Cammilleri, nessuno la conosce e i bravi papà – i virtuosi padri di famiglia – si troveranno un giorno in grande imbarazzo a rispondere alle domande dei pargoletti sull’identità della filosofa scannata dai cristiani. A Cammilleri pare un argomento spiritoso, un ‘corroborante’ della sua opinione che sia pazzia dedicare una piazza a Ipazia, e invece è una fesseria. Potremmo ripeterlo per tutta la toponomastica: che ne sanno i medesimi papà di Teofilo Folengo? La verità è che è Cammilleri a misconoscere Ipazia (e Giordano Bruno che certo è più conosciuto, concede, ma non letto dai più e incompreso da pochissimi di quei pochi che lo leggono). Eppure, non dico le pagine di Peguy, ma, per esempio, il libro di Mario Luzi una sua circolazione l’ha avuta (e vale la pena ricordare che il poemetto di Luzi è stato trasmesso per la prima volta il 25 dicembre 1971 dalla Rai con la regia di Marco Visconti). Menziono Luzi per non menzionare il film di Alejandro Amenábar cui Cammilleri attribuisce un effetto felicemente effimero. La pazzia più volte ricordata – e questo è il punto – è (sarebbe) livore ideologico illuminista. Già, per certi parvi cattolici ci sono ancora gli illuministi che ce l’hanno con loro, che riscrivono la storia e che riesumano una vicenda del V secolo che nessuno, salvo Luzi, Peguy, Edward Gibbon, Charles Kingsley, Leconte de Lysle, Wieland, le culture femministe... conosce. Bene, mi viene da citare proprio Luzi, il seguente verso: «Ipazia imperversa, provoca con la sua foga l’ira di molti» (M. Luzi, Libro di Ipazia, Milano, Rizzoli, 1978, p. 65).