lunedì 3 agosto 2015

Étienne Dolet

Il 3 agosto 1546, Étienne Dolet, libero pensatore, umanista, filologo e stampatore, viene bruciato vivo in place Maubert a Parigi. Di mezzo, ovviamente, c’è la Chiesa cattolica, c’è l’Inquisizione e c’è lo zampino di un inquisitore nevrotico, il domenicano Matthieu Ory, che lo fa arrestare a Lione il 2 ottobre 1542. Qualcosa del suo proprio destino, una specie di dénouement, Dolet dovette intenderlo il 24 marzo 1533, allorché viene incarcerato nel Castello Narbonnais di Tolosa per aver parlato troppo ‘alto’ e troppo ‘forte’ nelle sue arringhe universitarie. Forse è questo avvenimento umiliante e penoso a trasformare Dolet in un idealista appassionato, in un paranoico, in un ‘caratteriale’, in un polemista; a instillargli la volontà di bruciare le tappe, di arrivare in alto e, soprattutto, la brama di sapere. Scriveva nel suo Second Enfer, una raccolta di epistole indirizzate alle autorità cui affidava la sua difesa e le sue speranze di salvezza (ho mantenuto l’ortografia originale): 

Mon naturel est d’apprendre tousiuours ; 
Mais si ce vient que ie passe aulcuns iours 
Sans rien apprendre en quelcque lieu ou place,
Incontinent il faut que ie desplace. 

[Il mio naturale è di apprendere sempre;
Ma se avviene che passi alcuni giorni 
Senza apprendere nulla in qualche luogo o posto,
Incontinente bisogna che io mi sposti].