giovedì 27 agosto 2015

Un gusto per Alfred Brendel? Il vino di china.

Tempo fa mi è capitato di dire qualcosa su Il velo dell’ordine (Milano, Adelphi, 2002), libro in forma di dialogo che raccoglie i colloqui del pianista con Martin Meyer. L’anno scorso Adelphi ha fatto uscire Abbecedario di un pianista, raccolta di lemmi musicali, ma musicali andrebbe messo tra virgolette: un «distillato – scrive Brendel – di quanto ho da dire, in età avanzata, sulla musica, sui musicisti e su questioni relative alla mia professione». Vorrei dire qualcosa anche su questo libretto. Brendel è un saggista intelligente e colto. E qui torno al vino di china. Non difetta, al grande pianista, uno humour corroborante, un’ironia vivace, accentuati, in questo amabile libretto, dalla forma prescelta: l’aforisma, il frammento. Un qualche esempio. A proposito del direttore d’orchestra: «Ci sono […] alcuni direttori […] che se dici loro tre cose, ti fanno subito capire: ‘Non dirmene una quarta. La dimenticherò comunque’» (p. 43). Di Beethoven scrive: «sapeva servirsi del grazioso […] il tono intimo, il registro dolce sono stati suoi tratti caratteristici proprio come l’impetuosità e la baldanza» (p. 23). A proposito del sentimento (in musica): «Esistono sentimenti di prima, seconda e terza mano, sentimenti per teenager, adulti e vegliardi. Esiste il kitsch, un groviglio di sentimenti particolarmente vischioso» (p. 119). Infine: «Suonare in modo troppo veloce è fisicamente meno faticoso che abituarsi a controllare una per una la punta delle dita» (p. 142). L’Abbecedario non è riservato ai soli musicisti, benché questi ultimi ne trarranno suggerimenti interessanti: il melomane ne resterà deliziato. Da leggersi con l’ausilio di Youtube: in molti casi sarà lo stesso Brendel a ‘sonorizzare’ le sue idee.