mercoledì 16 settembre 2015

La società triste del sociologizzare ‘facile’

Che cosa ci chiedono o che cosa pretendono da noi le nostre società ‘postmoderne’? Forse quello che, in un modo o nell’altro, abbiamo immaginato chiedessero ai nostri avi, ai nostri vicini, ai nostri antipodi, tutte le altre società ideate dalla nostra mente ‘tassonomica’ di socio-antropologi. E cioè di cavarcela quasi da soli. Il ‘quasi’ è importante. Nessuno può contare solo su di sé al fine della propria conservazione. E questo è banalissimo dirlo. Oggi c’è il Welfare; ieri c’erano altre forme di ‘previdenza’: solidarietà familiari, corporative, claniche, tribali ecc... Tutto molto ovvio. L’individualismo di oggi, però, non piace; di più: è visto come un pericolo.
Come convive l’individualismo con il fatto banalissimo constatato sopra? Semplice: l’assistenza è oggi erogata dagli ‘istituti’, dai ‘servizi’ ecc.; e l’interfaccia (che brutta parola!) degli istituti è la faccia anonima dell’impiegato o il modulo cartaceo o lo schermo del computer. Chiedendo, domandando assistenza, prenotando una visita, compilando la domanda per un sussidio ecc. posso immaginare di accedere autonomamente a una risorsa che, dati certi presupposti, mi spetta di ‘diritto’. Nessuna benevolenza, nessun paternalismo e nessuna supplica, nessuna preghiera intervengono qui. La macchinissima della burocrazia ha eroso di molto i margini della ‘degnazione’; ed entro questi margini si affollano i filantropi di ogni genere e specie.
Ma perché l’individualismo è un pericolo? Innanzitutto perché chi è assistito da tutti questi ‘dispositivi’ dimentica, si dice, di poter diventare a sua volta, e per pura pietà umana, fonte di assistenza; diviene egoista; ma poi perché non sperimenta più il valore, l’influenza, la grandezza dell’autorità. Questa mancata ‘sperimentazione’ – nella vita quotidiana – dell’autorità/anteriorità dell’‘erogatore’ di beni, di assistenza, di valori ecc. è stata chiamata nihilismo. Perlomeno, alcuni, e si tratta molto spesso di preti, l’hanno chiamata così. D’altra parte l’auctoritas ‘massima’, ‘finale’, ‘anteriore’ per i teologi, per i teologi-politici, è Dio, è il Dio trascendente; ma, appunto, Dio è il termine o principio, di una gerarchia di autorità e di un sistema di deleghe. In soldoni: disobbedire al padre, negarne l’autorità, è già negare Dio, farne un ‘nulla’, un ‘iperniente’. E questo, prosegue il nostro prete, è un cattivo uso della libertà. La libertà non è infatti individualismo, egoismo, disobbedienza; la libertà è sempre in relazione, sta sempre in relazione con qualcosa o con qualcuno, con i valori e con l’autorità che li incarna. Il che non è davvero tutto sbagliato, salvo per il fatto che il prete aggiunge, invariabilmente, che quei valori vanno assunti e quella autorità va riconosciuta – ‘liberamente’ e come se tutte queste cose non potessero fallire all’esserci padre (Manganelli). Di qui, anche, il seguente assioma: ‘Sii figlio’ equivale a ‘Sii uomo’ (cfr. A. Bagnasco, L’educazione come urgenza e sfida del nostro tempo. Prolusione per il decennale di fondazione della Università Popolare Don Orione).
Comunque, qui sta la ragione per la quale la Chiesa cattolica tiene tanto alla famiglia tradizionale. Nessuna autentica preoccupazione morale o ‘antropologica’; solo un voler mantenere una posizione di rendita, di prestigio – un’imbalsamazione dell’autorità. (Stare en famille è negare la politica. Questo direbbe H. Arendt. Tuttavia, aggiungerebbe, la sorte di questa minoranza di servitori dell’antiquato Dio non è differente da quella della maggioranza di fruitori degli evoluti servizi. E non tanto perché i primi sono anche i secondi, quanto perché anche ai secondi la politica è preclusa).
C’è una terza ragione per la quale l’individualismo sarebbe un pericolo: rende tristi. L’innegabile tristezza che Benasayag e Schmit, due psichiatri americani autori di un libretto intitolato L’epoca delle passioni tristi (Milano, Feltrinelli, 2013), osservano nella società attuale, è (sarebbe) generata dall’individualismo. L’individualismo illimitato, l’individualismo sponsorizzato dal neoliberismo sfrenato, conosce solo lo scambio della logica del consumo; ogni forma di solidarietà è negata da rapporti interindividuali dettati dal contratto e dalla competizione. Di qui il senso di precarietà, lo stato di crisi permanente, l’insicurezza, la tristezza ecc. (In ballo, anche qui, c’è il principio di autorità/anteriorità).
Nulla di nuovo, a dire il vero. Leggetevi comunque Benjamin Constant; ritroverete questi stessi argomenti espressi quasi negli stessi termini duecento anni fa. Per esempio il seguente passaggio tratto da De l’esprit de conquête et de l’usurpation, Paris, 1814, p. 53: «Les individus, perdu dans un isolement contre nature, étrangers au lieu de leur naissance, sans contact avec le passé, ne vivant que dans un présent rapide, et jetés comme des atomes sur une plaine immense et nivelée, se détachent d’une patrie qu’ils n’aperçoivent nulle part, et dont l’ensemble leur devient indifférent, parce que leur affection ne peut se reposer sur aucune de ses parties». Traduco: «Gli individui, persi in un isolamento contro natura [nelle nostre grandi città], stranieri al luogo della loro nascita, senza contatti con il passato, viventi solo in un presente veloce e gettati come atomi sopra un’enorme, livellata pianura, si separano da una patria che non scorgono in nessun luogo e il cui insieme diviene loro indifferente, perché il loro affetto non può riposare su nessuna delle sue parti». Che ci tocchi retrodatare l’epoca delle passioni tristi?
In ogni modo, tutto molto interessante; come è interessante l’idea che le pratiche terapeutiche e pedagogiche debbano oggi andare controcorrente, stabilire dei divieti e risvegliare i giovani dal sogno di onnipotenza. Tuttavia, e per chiudere, siamo poi certi che l’individualismo sia più pericoloso del familismo o del tribalismo? Di più: siamo poi certi di poter definire la nostra società come individualista o triste o nihilista? Non ci stiamo accontentando di sociologizzare o tipologizzare un po’ troppo superficialmente? Direi questo anche se l’intenzione, beninteso, fosse quella buona, fosse quella di Bauman, l’unica che il vecchio sociologo ammetta: aiutare l’umanità.