lunedì 26 ottobre 2015

Discernimenti. Una divagazione attorno alla comunione ai divorziati

Quello che abbiamo capito è che la parola chiave è la parola discernimento. Nel documento finale del Sinodo sulla famiglia (rectius, sulla ‘vocazione e sulla missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo’) voluto da Bergoglio, la parola ricorre ben sedici volte; e cinque volte vi ricorre il verbo discernere. Bene, dove applicare questo discernimento? Che cosa discernere? Beh, ovviamente e innanzitutto la situazione singolare – la singolarità – dei divorziati risposati. La generalità dei divorziati e quell’applicazione del canone 915 del Codice di Diritto Canonico che la concerne non sono più cogenti; i pastori, seguendo il criterio espresso da Wojtyła (cfr. il n. 84 della Familiaris Consortio), discerneranno caso per caso le situazioni – le singolarità appunto. Caso per caso, perché un conto è mandare all’aria un matrimonio per andare a correre le giumente, per dirla col Boccaccio, e un conto è rimanere piantati nel fango di un abbandono. Questi sono solo due esempietti wojtyliani; i presbiteri debbono potenziare invece il loro discernimento – è la parola chiave – e indurlo in soprappiù nei divorziati risposati. «In questo processo – recita il § 85 del documento finale – sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio». Il discernimento – ciò che non è assolutamente da trascurare – è sempre un discernimento a ritroso e un pensare al (proprio) caso in modo coerente. E se, realiter, fosse anche impraticabile? Perché potrebbe darsi il caso che il discernimento per giungere davvero (e non per finta) al caso singolare, alla singolarità, si sperda sotto il cielo nero e incocci nella superstizione. Può sembrare una boutade e, in effetti, lo è. Ma non è mia essendo di Pierre Klossowski. Se debbo dirla tutta, il breve scritto intitolato Conversazione sull’idea di menagramo di Pierre Klossowski (in La Rassomiglianza, Palermo, Sellerio, 1987) costituisce l’unica ragione per la quale mi occupo qui di questa ennesima applicazione della morale casistica gesuitica – e cioè di una morale profondamente falsa e francamente ripugnante. (Non fidatevi quando vi parlano di profondità teologica; questa loro profondità non nasconde che la micragna del loro pensiero). Ma veniamo all’idea di menagramo. Ciò che questa idea bizzarra e sciocca è in grado di tessere attorno a sé è l’imprevedibilità di quella rete di avvenimenti (soprattutto di infortunî) che costituisce la vita di ciascuno di noi. Questa rete, avverte Klossowski, potrebbe essere «l’illusione di uno sguardo su avvenimenti passati» (p. 34). Nel tentativo di dissipare l’illusione, il discernimento a ritroso di cui sopra si trova di fronte a un bivio o a un’impasse: o si rifugia nella generalità – e pensa alla necessità delle cause e delle concause – o si addentra nella (nelle) singolarità per smarrirsi nella sua (loro) gratuità. Ed è qui, a questo bivio, che l’idea di menagramo può svolgere la sua funzione. Perché se arrivare al caso significa smarrirsi nella gratuità degli avvenimenti singolari che hanno prodotto il caso (i casi) – e cioè significa pensare gratuitamente e non necessariamente – allora tanto vale piantare questa idea strampalata e gratuita di menagramo al crocicchio: essa sarà la superstizione (supersistanza) del caso singolare e lo comunicherà meglio – comunicherà, in una maniera o nell’altra, l’incomunicabile. D’altra parte, che una casistica coerente fino in fondo debba fare i conti con l’indiscernibile (!!) non lo prova il discorso della montagna di Gesù? L’argomento è di don Ernesto Bonaiuti e credo di poterlo addurre qui. Prima il passaggio matteano (Mt 5, 28-29): «Avete udito che fu detto: Non commetterai adulterio. Io invece vi dico: Chiunque guarda una donna e la desidera, ha già in cuor suo commessi adulterio con lei. E se il tuo occhio destro ti è occasione di male, strappalo via da te; è vantaggioso per te perdere uno dei tuoi membri piuttosto che il tuo corpo sia gettato nella geenna». Nessuno vorrebbe interpretare queste parole alla lettera e l’horror si stempera nell’allegoria – non è l’occhio fisico ma l’occhio dello spirito ecc. Ma se fosse ironia? È l’opinione di Bonaiuti: «L’inciso che riguarda i rapporti sessuali ha come tutti gli altri vicini e complementari un sottile e ironico sapore antilegalistico. Gesù prende, come è sua consuetudine, finissimamente in giro, si direbbe, la morale casistica delle leggi e delle prescrizioni canonizzate. Avete creduto, Egli sembra dire, che si possa perseguire con sanzioni ufficiali la colpa di adulterio? Vi ingannate. Questa colpa può esistere in forme non perseguibili» (I rapporti sessuali nell’esperienza religiosa, Roma, De Carlo, 1949, p. 109). Bisogna trarne tutte le conseguenze: nemmeno io sono (sempre) in grado di stabilire il perché di un gesto, di uno sguardo, e potrei ingannarmi o fraintendere o smaniare; potrei diventare superstizioso. Di questa fragilità costituiva e insanabile dell’identità personale, al di là di tutte le menzogne vomitevoli sul fantasmagorico Gender, gli estensori del documento finale paiono particolarmente consapevoli (ancora nel § 85): «In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi». Dovrebbe, a questo punto, abbandonare il precetto e invece finirà per amnistiare la colpa ricorrendo alla casistica, con tutte le sue attenuanti, perpetuando l’eterna ipocrisia della morale cattolica ufficiale.