martedì 20 ottobre 2015

Hadjadj il tessitore

Il buon Hadjadj (Fabrice), su Avvenire del 4 di ottobre – ma io preferisco leggerlo nella sua bella lingua, il francese –, ci parla dell’arte del tappeto e il pensiero – almeno il mio pensiero – corre a Cristina Campo. La conosce Hadjadj? Lo ignoro. Nel 1971, nell’anno di nascita di Hadjadj, nel mio anno di nascita, Cristina Campo faceva uscire un libricino, un opuscoletto, intitolato Il flauto e il tappeto. Oggi quel piccolo gioiello lo pubblica Adelphi nel volume di saggi intitolato Gli imperdonabili (cfr. Cristina Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, pp. 9-139). Il tappeto a rovescio, ricorda Cristina Campo in quel testo, fu da molti poeti paragonato al destino. A rovescio, infatti, la complicazione incantevole e complicatissima dei nodi non ci lascia scorgere per intero il disegno. In quel medesimo testo, e solo un momento prima, l’autrice cita un salmo, il salmo 57 (58). In questo salmo, all’arte del tessitore si somma una similitudine musicale. Leggiamone prima un passaggio tradotto da Ceronetti: «Hanno un veleno come il serpente/Come la vipera che si fa sorda/Che si tura l’orecchio per non sentire/La voce che l’incanta le suadenti/Nenie che fa il fachiro» (Salmi, a cura di Guido Ceronetti, Torino, Einaudi, 1994, p. 130). Nessun tessitore, ma aspettate: «Secondo i commentatori il testo dice letteralmente: di colui che annoda i magici nodi» (C. Campo, Op. cit. p. 114). Il rashà – il peccatore, l’empio, l’eretico – è dunque, di fronte al proprio destino, come un aspide sordo alla voce e cieco ai segni. Il salmo prosegue invocando il giusto (?) castigo: «Rompigli i denti in bocca Signore Iddio!/Sgretola le mascelle dei leoni!». Hadjadj – e così torno a Hadjadj – è infinitamente più indulgente, più morbido, più mondano: non si tratta di rompere i denti al rashà ma di comprendere che, con le parole del poeta, «le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard [il tempo di imparare a vivere ed è già troppo tardi]». Il poeta citato da Hadjadj – Hadjadj non lo dice – è Louis Aragon. Non stupisce che anche in questa lirica aragoniana intitolata ‘Il n’y a pas d’amour heureux’ si parli di destino: «Sa vie [dell’uomo] Elle ressemble à ces soldats sans armes/Qu’on avait habillés pour un autre destin [La sua vita assomiglia a quei soldati/equipaggiati per un altro destino]». Questa mestizia accompagnata da accordi di chitarra o dalle note di una canzone non è poi così ‘colpevole’ – e non è nemmeno così mesta – e Hadjadj può celiare sulle sue aspirazioni e sulle sue predilezioni addomesticate. Le prime, se solo le circostanze lo avessero favorito, avrebbero potuto restituircelo oggi nei panni del tessitore, del fabbricante di tappeti soprammentovato. E, invero, ci vuole una buona dose di ambizione per ammaestrarsi in quell’arte: Hadjadj non lo ignora punto e spera di essere almeno un buon tessitore sul piano del pensiero. Quanto alle seconde, come William Morris, egli fa mostra di preferire il decorativismo alla pittura e, forse, la Muzak alla nona beethoveniana – insomma, le arti minori piuttosto che le arti maggiori. Volete mettere quei mobili di famiglia intarsiati in cui vostra moglie ripone le calze e le mutande? Ma torno a quel suo desiderio, di Hadjadj, d’essere tessitore di tappeti. Non ignora Hadjadj, non lo ignora perché lo dice chiaramente, che quel ‘mestiere’, pantograficamente ingrandito, spetta al Creatore. Bene, Hadjadj parla di sé ed io mi sento autorizzato ad additare la sua ὕβϱις.