domenica 18 ottobre 2015

Il diavolo non si perita di impartire la propria benedizione

Alla fine di aprile dell’anno 1815, la salma di Teresa Gelmi, vedova del defunto Giambattista Gelmi, veniva riesumata avanti le autorità competenti. Era stata inumata la settimana precedente, il giorno 15, piuttosto frettolosamente, o come recita la cronaca dell’epoca, con straordinaria sollecitudine, premessa la consueta cerimonia funebre officiata da Francesco Tomaz parroco di Ospo. Questo Francesco Tomaz, parroco di Ospo, lo vedrà presto il lettore, ha parte fondamentale in tutta quanta la vicenda che mi accingo a raccontare. Gli accertamenti di rito sul corpo di Teresa Gelmi palesarono ciò che già si era dato per palese – e cioè che Teresa Gelmi era stata assassinata. Palesarono in più il modo, la tecnica, dell’as­sassinio. Sul collo della donna vennero rinvenuti infatti i segni dello strozzamento e sulla nuca quelli di un colpo inferto, presumibilmente, con un bastone.
Pronunciando la parola assassinio e accennando alla tecnica di esecuzione del medesimo, avrò forse stuzzicato la curiosità del lettore – o forse la curiosità di quei lettori che amano i racconti di delitti, di crimini. E così avrò pure distratto quell’altro tipo di lettore – quello che detesta i racconti di delitti ecc. Forse, infine, i delitti, i crimini, le stragi ecc. interessano tutti quanti, come immagino credesse Thomas de Quincey (autore di un libello, di un noto libello intitolato Murder Considered as one of the Fine Arts) e come dava per certo Giorgio Manganelli presentando per l’appunto la traduzione italiana del libello di de Quincey. Che l’assassinio incuriosisca l’uomo (o gli uomini) è una ragione sufficiente perché io rispolveri questa vicenda remota – ma freschissima per la Gazzetta di Milano del giorno 11 marzo 1816 che la riporta. Il che implica che il mio interesse per l’argomento sia perlomeno pari a quello di tutti gli altri uomini – un interesse che, accantonando per un istante le istanze puramente morali, accanto alla curiosità per l’anomalia ponga un sano disagio, diciamo pure, una sana inquietudine. Ma è meglio che tronchi qui le mie considerazioni... Concedimi però, lettore, un’ul­tima chiosa. Ancora de Quincey afferma che al buon gusto – dato per ovvio che questa bella facoltà abbia qui diritto emettere un suo giudizio – ripugnerebbe che la vittima di un assassinio fosse men che onesta. Ebbene la nostra vittima, si può esserne certi, era persona irreprensibile e, ciò che aggiunge sale alla pietanza, sprovveduta.
Il 25 giugno dell’anno precedente gli avvenimenti or ora riportati, dunque qualche mese prima che il Congresso di Vienna restituisse all’Au­stria i territori del Regno di Illiria voluto da Napoleone imperatore dei francesi, Teresa Gelmi, originaria di Gratz (Graz) e residente a Trieste, siglava presso un notaio un atto di donazione della sua cospicua facoltà in favore di Francesco Tomaz, parroco di Ospo. In cambio ne riceveva la promessa del mantenimento vitalizio e, immaginiamo, di sollecite e benevole cure domestiche. Immaginiamo anche, per quanto ciò possa essere utile, che a spingere la donna a una simile decisione fosse il recente lutto e quel sentimento di fragilità che una perdita poteva averle instillato a cinquant’anni quasi suonati.
L’infelice Teresa traslocò dunque nella casa del parroco a Ospo, l’ameno villaggio non distante dal mare dalle cui massicce rocce nasce l’omonimo fiume. Ma non dovette trascorrere molto tempo (non andò guari recita la cronaca con amabile espressione pedantesca) prima che essa avesse a pentirsi della decisione presa e della propria generosità. Ancora la cronaca menziona, laconicamente, sofferte contumelie domestiche – queste ricevette in luogo delle sollecite e benevole cure testé supposte – e soprattutto l’attitu­dine del beneficiato e del di lui fratello, tale Giacopo Tomaz, a dilapidare la sostanza ricevuta.
Ora, possiamo immaginare il dispetto della donna che aveva concepito tutt’altri progetti per il suo proprio futuro. E dispetto e pentimento per il passo compiuto dovettero davvero essere tutt’uno se il parroco, allarmato da una possibile revoca del­l’atto di donazione, progettava quel che progettava già nel novembre di quello stesso anno, ossia del 1814.
Ma che cosa progettava il parroco? Né più né meno che di togliere di mezzo la povera Teresa; e per questa ragione andava in cerca di complici. I quali, credeva – crediamo – non è difficile trovare quando si hanno interessi illeciti in comune e quando si dispone di denari. Il primo che conquistò al suo progetto fu dunque il fratello Giacopo e questi si procurò tosto un aiutante. S’era oramai alla fine dell’anno, i tempi stringevano viepiù man mano che gonfiavano le lagnanze della donna. C’era anche il pericolo che la gente venisse a conoscenza del suo disagio e si mettesse a consigliarla per l’una o l’altra soluzione sfavorevole al parroco. Ma l’aiutante di Giacopo ricusò la promessa e l’anno 1814 finì e principiò l’anno 1815.
Già tutti questi augurî contrarî – si fa per dire, ché non era una donnola a traversargli la via ma erano avvisaglie concrete a metterglisi tra i piedi –, tutti questi cattivi auspici, intendo dire, avrebbero dovuto mettere il curato sull’avviso. Se non lo fecero ci sarà stata una ragione. Io sono propenso a credere a certa sua dabbenaggine.
Sta di fatto che, fermo nel suo proposito di eliminare Teresa Gelmi, egli convocò in chiesa alcuni aspiranti sicarî. Abboccamenti li definisce la più volte citata Gazzetta milanese. V’è appunto qualcosa di più sciocco che tenere secrete conversazioni con più di un mascalzone nella parrocchia del paese? Intendo dire che questo criminale mediocre mi pare lapalissianamente sprovvisto della lucida intelligenza del criminale eccezionale – geniale direbbe T. de Q. E forse non è un caso che alla fin fine riuscisse a riunire allo scopo suo due manigoldi dappoco, dietro promessa di una ricompensa di 300 fiorini. La banda alla fine così costituita risultava composta da quattro persone: 1. dal parroco, 2. dal fratello del parroco, Giacopo, 3. da un primo prezzolato, tale Matteo Zerbo, 4. da un secondo prezzolato, tale Michele Zuppin d’Antignano.
Chissà perché, recita la solita Gazzetta, la combinazione di varie circostanze procrastinarono alquanto la consumazione del reato. Che fosse prudenza da parte di gente tanto avventata? Ma le circostanze consigliavano prudenza anche prima, quando il parroco agiva avventatamente. E poi quale prudenza in quel primo maldestro tentativo perpetrato il 3 di aprile?
La sera del 3, infatti, Matteo Zerbo, ben noto a Teresa Gelmi a cagione della di lui frequentazione con il parroco, Matteo Zerbo dunque si introdusse nelle stanze della vedova e menò un colpo di bastone alla testa della medesima ferendola non gravemente. È uno dei fatti registrati dal Coroner – il lettore lo ricorderà – allorquando fu riesumata la salma della donna. Forse Matteo Zerbo ignorava la resistenza di un cranio al colpo di un bastone. Ce n’era comunque perché lo smarrimento nascesse negli animi delle canaglie. Ma qui Federico Tomaz dà prova di spirito. La vedova, sicura di dover denunziare l’ag­gressione, ne è impedita dal prete parato in gran pompa, vestito cioè dei sacri paramenti, e brandente il crocifisso. E la vedova con la testa rotta giura di perdonare il suo aggressore.
Abbiamo forse qui la ragione per la quale tanto pazientò le contumelie e le angherie Teresa Gelmi fino al giorno del suo ammazzamento. Detta ragione è la fede o – il che è quasi lo stesso – la deferenza di fronte alle cose e agli uomini della Chiesa. A questa ragione ne aggiungo una seconda: la non proprio brillante intelligenza della donna. Vittima e assassino anche in questo si incontravano.
Passano dei giorni e non sapremmo indovinare lo stato d’animo dell’invalida. Possiamo tuttavia dare per certo che la combriccola capeggiata dal prevosto fosse a quel punto ben determinata a concludere l’intra­presa. Undici giorni trascorsero prima che fosse posto in essere il secondo tentativo – quello riuscito –; undici giorni di attesa e di incertezza; undici giorni durante i quali la vedova si sarà posta chissà quali domande sul proprio stato di donna sola, di Eva peccatrice, senza peraltro temere troppo per la propria incolumità; undici giorni durante i quali si sarà fregata la testa.
La sera del 14 aprile, nell’alloggio del parroco, Teresa Gelmi si assopiva serenamente nel suo letto. Questo stato di incoscienza della vittima, questa sua resa e offerta, così ‘canonici’ fanno regolarmente venire i brividi. Corrisponde, questo contegno della vittima, a quell’altra incoscienza, quella dell’a­lienato che uccide. C’è in entrambe le forme di incoscienza, per così dire, un gioco severo del fato che esclude la volontà. Non appena questa interviene ecco che l’azione appare fortemente perturbata ed è necessaria la maestria o la freddezza del criminale incallito, del genio criminale, per giungere prestamente alla conclusione. Neppure l’oscuro e a suo modo impeccabile Williams, l’uomo dal soprabito azzurro foderato di seta, dalle scarpe scricchiolanti, dai capelli tinti di giallo, dagli occhi vitrei e dal pallore mortale, a palesare la sua prossimità di prossimo alla morte – nel senso di intimo della medesima –; nemmeno questo esemplare ammirato da T. de Q. presentava tutti i crismi della perfezione. Un passo in più e avrebbe potuto far perdere le sue tracce, espatriare, farsi eleggere presidente di un qualche paese d’oltreoceano e immortalare nei tratti di una statua o nelle pagine di una biografia per le sue effettive buone azioni, spegnersi serenamente nel suo letto... Quel passo, nota T. de Q., Williams non lo fece.
Serenamente nel suo proprio letto s’è dunque assopita Teresa Gelmi la sera del 14. Il parroco e i suoi complici – immagini il lettore – si sono appostati dietro la porta della camera. Hanno tutto il tempo. Il parroco tende l’orecchio per assicurarsi che il sonno della vedova sia, come si dice, profondo e quando valuta che tale esso sia introduce Zerbo e Zuppin (già questa zeta in posizione acrocratica nei due nomi non fa dei due figuri una perfetta coppia di... sicarî?) nella stanza. I due, anche questo denunzia la loro grossezza, piombano sulla poveretta e le tappano la bocca; quindi le cingono il collo con una corda e mentre uno si applica a strangolarla, l’altro le assesta colpi sul petto per abbreviarle l’agonia. Il tutto, sottolinea la cronaca, mentre il prete testimonio regge con sollecitudine la lampada a coadiuvare l’operazione.
L’empietà dell’uomo non si discute e nemmeno, si fa per dire, la sua prontezza di spirito come abbiamo già avuto modo di rilevare. I due disgraziati assistiti dal lume soccorrevole del diavolo hanno una qualche difficoltà a ultimare l’omicidio; la durata dell’agonia fa insorgere i rimorsi. E il diavolo non si perita di impartire la propria benedizione, di assolverli in nomine Patris ecc. L’incalzare degli avvenimenti ha reso il soggetto efficiente. Ancora incerto sul decesso imminente della sua vittima, egli s’adopra ora in due opposte direzioni, e mentre azzimato e parato con la mano destra impartisce la benedizione dei defunti alla moribonda, con la sinistra incita i due dubbiosi ad assestarle il colpo di grazia; ciò che, dopo lunga pena, avviene.
La donna, prosegue la cronaca, restò ignuda nel suo letto, avvolta dalle coperte. Il prete dovette sogguardarla con ribrezzo e con soddisfazione; o forse la guatò con lo zelo dello zelante che non ha ancora ultimato il proprio dovere. Le infilò una camicia e le annodò un fazzoletto al collo – il medesimo che, scostato, rivelerà i segni dello strangolamento allorché verrà riesumata la salma.
Ad accrescere l’orrore e l’indignazione del lettore, la cronaca riporta ora alcuni particolari repellenti. I tre avrebbero messo a soqquadro la stanza alla ricerca di soldi che non avrebbero trovato. Dabbasso, in cucina, avrebbero gozzovigliato e brindato fino a notte fonda. Infine si sarebbero addormentati in quella stessa casa e don Francesco avrebbe scelto quale stanza da letto per la notte proprio quella attigua a quella dove si trovava la morta ammazzata... Che avrebbe dovuto fare d’altra parte il parroco che aveva ammazzato in casa propria? Che avrebbe dovuto fare il giorno seguente, il 15, se non officiare il rito funebre che spediva Teresa Gelmi sotterra a gran velocità? Quelle mani lordate di sangue contaminavano gli immacolati altari, decreta la cronaca. Poteva esimersi dal farlo? Poteva a questo punto un qualche scrupolo morale trattenerlo dal farlo?
Con quelle mani il prete officiò, Teresa Gelmi venne inumata, il muto sospetto serpeggiò. Ma tanto bastò perché la corte criminale di Istria comandasse alcune indagini e perquisizioni ufficiali. Informato del fatto don Federico tentò, senza riuscire, quel che al sig. Williams riuscì – il suicidio... In questo il nostro uomo si mostra finalmente all’altezza della propria tragedia. Non è il rimorso della coscienza o il riconoscimento di una qualche autorità morale a spezzare il criminale; a spezzarlo è il nitido riconoscimento del proprio fallimento. Se Lucifero fosse stato mortale si sarebbe tolto la vita dopo aver attentato, si fa per dire, a quella di Dio – dopo aver cercato di prenderne il posto. E se la sarebbe tolta per le medesime ragioni che spingevano don Federico Tomaz a togliersela. Lucifero, dice Byron, non è un dio perché fallì in quell’impresa di sostituire il dio unico; e poiché fallì divenne quel nulla che è il male – al di fuori di quel che è: And having fail’d to be one, would be nought Save what I am. Anche a don Federico Tomaz andò male; anche a lui, sopravvivendo alla lacerazione che s’era procurato alla gola, avvenne di essere privato di tutti i crismi e di essere ridotto a un nulla, allo stato di criminale comune, secolare... Andò male ma non troppo: altri s’incaricò di completare l’opera sua – Let him? He is great.
È a questo punto che il cadavere della vedova Gelmi venne riesumato e l’intera vicenda ricostruita. I quattro, dice la cronaca, confessarono e tornarono a confessare. Il 22 di aprile del 1815 ebbe inizio la procedura. Essa ebbe termine il 14 di giugno. La sentenza pronunziata dalla corte dell’Istria, confermata dalla corte di appello dell’Au­stria inferiore, condannava i quattro alle seguenti pene per l’assassinio premeditato e consumato: Matteo Zerbo per primo, Michele Zoppin per secondo e Federico Tomaz già parroco di Ospo per terzo alla forca e Giacopo Tomaz, che non aveva avuto parte all’omi­cidio, ad anni venti di reclusione. La condanna venne eseguita il 20 dicembre, non appena tolta la consacrazione al prevosto, per mano del boia nel cosiddetto campo di Marte.