mercoledì 21 ottobre 2015

L'essenza del matrimonio (secondo D'Oldenico)

Mi segnalano, favorevolmente, il libretto di Giovanni Donna D’Oldenico intitolato, un po’ pomposamente (perdonatemi tutti questi avverbi), Lettere a un figlio sull’educazione (Torino, Lindau, 2015). Sì, lo so, viene in mente Friedrich Schiller, ma qui l’argomento, l’argomento di queste lettere, è più plebeo, più semplice; e più che un argomento è un’occasione, un’evenienza, uno di quei casi della vita… insomma, il figliolo mette su famiglia. Intanto qualche notizia sull’autore. Giovanni Donna D’Oldenico è un medico e uno scrittore cattolico. Ha nove (nove!) figli e sono certo che aspiri ad averne dodici. Non so tuttavia a quale dei nove egli indirizzi le sue lettere. Ancora una considerazione: i consigli dei padri sono fatti apposta, in linea di massima, per essere disattesi; Céline diceva anche: «On est parti dans la vie avec les conseils des parents. Ils n’ont pas tenu devant l’existence» (Guignol’s band)». (Nota per i lettori di Chesterton: Céline è uno scrittore francese). Ebbene, tutto ciò mi fa supporre che l’autore delle Lettere sia ironico e che il fervorino egli non lo indirizzi punto ai figli bensì, al limite, ai suoi pazienti, ai suoi comparrocchiani e, insomma, a tutti quelli che potrebbero aver voglia di spendere i soldi per acquistare l’opuscolo in libreria alla modica cifra di Euro 10. Ma arriviamo al pensierino, pensato dalla testolina di Giovanni Donna D’Oldenico, che più mi ha colpito. Eccolo, sta parlando dell’essenza del matrimonio: «È un amore che consiste nel dare la vita l’uno per l’altra, dentro il lavoro e le cose di ogni giorno; è perdono e tenerezza; abbracci e silenzi; attenzione, cura e discorsi; gioie e anche fatica; gesti semplici e sacrifici grandi». Bene, se questa è l’essenza del matrimonio, la sua ousia (οὐσία), la sua idea platonica, volgiamo il nostro sguardo a questo tristo mondo di apparenze e cerchiamo qualcosa che vi corrisponda; cerchiamo anche di mettervi, introdurvi un po’ di ordine; tanto più che questo tristo mondo di apparenze è sempre più liquido, più acquoso, più liquoroso. Vediamo… le due vedove che quotidianamente si aiutano nei mestieri di casa, che pranzano assieme e che assieme vanno dal medico, che si sorreggono vicendevolmente mentre s’inerpicano fino alla chiesuola che sorge sul colle qui sopra, sono senza dubbio una coppia di spose; il parroco e il suo diacono, sempre a braccetto, inseparabili, immobili come due statue davanti agli sportelli sanitari mentre ritirano gli esiti degli esami dell’uno o dell’altro, sono una coppia di sposi. Non lo è invece la coppietta che dopo due soli mesi di matrimonio è scoppiata abbandonando la casa e il gatto.