mercoledì 21 ottobre 2015

Spigolature sulla discendenza della Virgo lactans

Oggi ho compulsato, molto velocemente, un bel libro sulla Isis lactans nel corpus di monumenti greco-romani e subito mi sono immaginato circondato da terrecotte. Ma questo, lo so bene, non ha alcuna importanza. Trattando della Isis lactans, l’autore è stato indotto a trattare anche della Virgo lactans latina. Credo che sia abbastanza pacifico che la Vergine galaktotrophousa bizantina, la Virgo lactans della tradizione latina, abbia la sua ancêtre nella Isis lactans egizio-greco-romana. La pacificità dell’ascendenza mi ha fatto pensare alla problematicità della discendenza. Non di quella iconografica ma, se così posso esprimermi, di quella simbolica. Mi viene in mente Nigel Dennis e quel gustoso passaggio di Cards of Identity sui Co-wardens of the Badgeries. Due tapini vengono istruiti su una bizzarra cerimonia legata all’ufficio di guardiano dei tassi e uno dei due conclude: «What is not symbolic is emblematic». Ebbene, emblematica, nella discendenza simbolica su cui andavo riflettendo, m’è apparsa la Thérèse/Tirésias del dramma surrealista in due atti di Guillaume Apollinaire (Poulenc ne trasse un’opera buffa che vi invito ad ascoltare).
Perché mi appaia emblematica è presto detto. Thérèse si ribella al marito inceppando il dispositivo generativo del matrimonio patriarcale. Ecco il suo proclama bellicoso: «Non Monsieur mon mari / Vous ne me ferez pas faire ce que vous voulez / Je suis féministe et je ne reconnaissais pas l’autorité de l’homme […] Je veux faire la guerre […] et non pas faire des enfants» (Les mamelles de Tirésias. Drame surréaliste en deux actes et un prologue, Paris, Sic, 1918, p. 45). Una volta resecato il fittone del matrimonio, Thérèse insegue gli sviluppi rizomatici del suo desiderio, o della sua volontà, e diventa (o dice di voler diventare) soldato, artista, avvocato, deputato, medico ecc. ecc. La sua ribellione comincia perciò con una metamorfosi: Thérèse si ritrova priva di mammelle, diviene un beau gars. E il marito, l’altro ramo della simmetrica pianta matrimoniale? Che ne è di lui? E soprattutto, dilemma bruciante: chi gli darà una progenitura? Significativamente, privato della femme, della moglie, della domestica, il marito viene scambiato per una donna. Questo scambio, poco più di un qui pro quo, affranca però il suo desiderio di ‘paternità’ dai limiti naturali. Ma non è una τέχνη – una provetta vivipara, un utero in affitto – a soddisfare quel desiderio e a consentirgli di generare 40049 poppanti in un solo giorno. Ecco il suo di proclama: «Revenez dès ce soir voir comment la nature / Me donnera sans femme une progéniture» (p. 71). Il ‘come’ non ha alcuna importanza dal momento che è sufficiente una volontà delirante – una volontà che è pur sempre, in una maniera o nell’altra, natura: «La volonté Monsieur elle nous mène à tout» (p. 86).
I trambasciati cattolici che in questi mesi schizzano scenari distopici, e ce n’è molti, quanto debbono ai frammenti di questo discorso letterario? Non sorge il dubbio che il demone della letteralità li abbia indotti a fidarsi un po’ troppo di Apollinaire, di Queneau, di Savinio, di Klossowski, di Dennis e di tutti gli altri? (Vi invito a integrare il mio elenco, magari con i nomi dei pittori. Moreau può andar bene?). Non voglio essere preso troppo sul serio. Si dirà piuttosto che con lunghe tenaglie d’artista questi ingegni antivedenti raccolsero gli strobili seminiferi della malapianta futura; tuttavia credo poco agl’ingegni antivedenti che mi paiono tali, invariabilmente, solo col senno di poi. Certo in maniera arbitraria preferisco vedere in quella letteratura – non me la si faccia passare per una Landeskunde! – la satira, la farsa, e una specie di reductio ad absurdum di quelle distopie.