giovedì 19 novembre 2015

Il futuro breve dell’uomo verghiano

L’umanitarismo di Verga

Più di cinquant’anni fa, Gaetano Trombatore, critico sensibile allo storicismo di ispirazione marxista, osservava che la critica letteraria non aveva mai considerato con attenzione «il significato sociale» dell’opera di Verga e che, al più, vi aveva prestato un’attenzione distratta. Eppure, rilevava il critico, il fatto che Verga non ignorasse questo significato, che ne fosse anzi particolarmente consapevole, emergeva chiaramente nella prefazione a Dal tuo al mio. Vi scriveva, infatti, Verga: «Se il teatro e la novella, col descrivere la vita qual è, compiono una missione umanitaria, io ho fatto la mia parte in favore degli umili e dei diseredati da un pezzo».
Ora, è sufficiente questo umanitarismo per fare dell’arte di Verga un’arte sociale? Trombatore, che pure nel suo saggio cerca di spiegarci che cosa si debba intendere e che cosa non si debba intendere per arte sociale, sul punto non è chiaro. Ci dice invece che la visione dei contrasti sociali, nel verismo verghiano, finì con l’identificarsi «col mondo morale stesso dello scrittore» (G. Trombatore, Riflessi del Risorgimento in Sicilia, Manfredi, 1960); divenne cioè, col tempo, una Weltanschauung, una visione del mondo. Fu, in altre parole, un’autentica conversione, parallela a quella di Manzoni, ma una conversione tutta morale.
E ciò significa anche che fu largamente insufficiente. A inficiarla, a inficiare questa visione del mondo, sarebbe, infatti, il cupo pessimismo dello scrittore siciliano. Prosegue Trombatore: «Il pessimismo del Verga [...] appare minato da una maligna forza dissolvente e disgregatrice, il pessimismo; da cui pur deriva la sua particolare emotività poetica, ma che prima aduggiò e poi finì con l’essiccare del tutto la fonte dell’ispirazione». Se tralasciamo per un istante le ragioni che Trombatore adduce a giustificazione di questo corto respiro, ragioni psicologiche e sociologiche non diverse da quelle indicate da Baldi nel suo saggio verghiano (cfr. G. Baldi, L’artificio della regressione. Tecnica narrativa e ideologia di Verga verista, Napoli, Liguori, 2006), il profondo pessimismo di Verga corre il rischio di apparire per quello che è: un respiro corto, appunto, una visione ristretta e insufficiente, un paradigma acritico e dogmatico. Il che getta un’ombra sull’umanitarismo verghiano, perché non è sufficiente che splenda una lacrima nell’occhio dello scrittore per i suoi vinti; e nemmeno che a piangere siano le cose stesse (cfr. la novella intitolata, significativamente, Lacrymae rerum). Trombatore, con un pizzico di ironia, ci dice che «coloro che, ignari delle opinioni personali dello scrittore, o pensavano o sospettavano che egli fosse un simpatizzante del socialismo, non avevano in fondo tutti i torti». E tuttavia costoro avevano torto. In effetti, non bisogna lasciarsi sviare dall’umanitarismo, perché l’umanitarismo, lo spirito umanitario, lo psicologismo e la serietà non disturbano affatto il pubblico dei lettori borghesi che vi ritrova anzi la propria ‘buona coscienza’. Lo scrittore, scriveva Jean Paul Sartre, deve invece «scrivere contro tutti i suoi lettori» (Sartre, Che cos’è la letteratura, Milano, Il Saggiatore, 2009, p. 86).
Stigmatizzando il fenomeno appena descritto, Sarte parlava di «letteratura assassinata» (Op. cit., p. 86). Nel caso di Verga si potrebbe forse parlare di una lenta eutanasia. Certo, queste affermazioni suonano esagerate. Eppure, di là dalle vicende biografiche, le difficoltà che Verga incontrò nella stesura del suo celebre Ciclo dei vinti e la faticosa revisione della raccolta di novelle intitolata Vita dei campi (1897) la dicono lunga. E «così avvenne – prosegue Trombatore – che l’arte veristica del Verga, privatasi della possibilità di un suo fecondo e coerente sviluppo, poté realizzarsi solo nell’ambito del suo dispersivo e fatale processo di autodissoluzione».

Il pessimismo di Verga

Non si può forse imputare a disdoro di un autore il suo profondo pessimismo; e tuttavia, se esso fu un limite, bisogna comprenderne le ragioni altrettanto profonde. Ragioni che sono senz’altro sociologiche e psicologiche, che chiamano in causa l’arretratezza della cultura e della società italiane e «il legame con le strutture particolarmente statiche e conservatrici della proprietà agraria meridionale» (Baldi, Op. cit.), ma che non si esauriscono nella sociologia o nella psicologia; e nemmeno nello «spirito reazionario che ormai governava le sue [di Verga] opinioni politiche» (Trombatore, Op. cit.).
Si è detto che Verga derivò dall’evoluzionismo darwiniano l’idea che la vita, anche nel contesto sociale, anche nella civiltà umana, sia ‘lotta per la sopravvivenza’. Il suo pessimismo albergherebbe qui. Facendo sua la tesi fondamentale del darwinismo, finì per vedere gli uomini come formiche, e cioè soggetti a implacabili e immutabili leggi ‘naturali’. A ciò concorreva anche l’influenza del naturalismo francese che lo chiamò a «descrivere la vita qual è», la vita nei suoi bisogni essenziali, e dunque la vita degli umili, dei reietti, dei bruti.
Significativo, a questo proposito, che in una celebre novella, Fantasticheria, egli concepisca una metafora naturalistica e biologica. È quell’ideale dell’ostrica, che «non abbiamo altro motivo di [trovare] ridicolo che quello di non essere nati ostriche», cui i poveri diavoli di Aci-Trezza, uomini ancorati ai bisogni, corrispondono religiosamente, per un cieco atto di fede. Quando invece subentra, per così dire, l’elemento umano, e cioè la cultura e la civilizzazione, ecco rompersi una specie di armonia. La «fiumana del progresso», scriveva Verga nella prefazione ai Malavoglia, è bensì «conquista» e un «grandioso risultato», ma visto «nell’insieme, da lontano»; anzi, anche da lontano appare «fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile». Il progresso, il «lavorìo universale» e la ricerca del «benessere materiale» legittimano una specie di darwinismo sociale: «Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari [...] li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti». Insomma, il darwinismo sociale è il pervertimento del darwinismo biologico.

Il futuro breve dell’uomo verghiano

Ciò che Verga non spiegò mai è come fosse possibile un simile transito, che è pur sempre un transito dalla ‘natura’ alla ‘cultura’. Qui sta il nocciolo filosofico impensato della poetica verghiana e la cifra del suo pessimismo. I personaggi di Verga – che se ne stiano come ostriche abbarbicate al loro scoglio o che nuotino come pesci nella fiumana del progresso (il caso emblematico di Gesualdo Motta) – non hanno un futuro o, per meglio dire, ne hanno uno ‘breve’. In compenso hanno un passato che è sempre, in una qualche maniera, sapienza e vecchiezza del mondo. Affiora qui una concezione ciclica e uniforme del tempo, una concezione astorica del tempo legata alla ripetizione dell’identico. Sullo sfondo di questa figura temporale, gli uomini che agiscono e si propongono degli scopi debbono imparare, nella lotta per la sopravvivenza, dall’esperienza, dal loro passato, dalla tradizione, a cogliere il momento propizio, il cosiddetto kairós. Nessuno scopo o progetto può impegnare un futuro troppo lontano, realizzarsi cioè storicamente, e dal futuro non può giungere alcun sapere. Nel capitolo X dei Malavoglia, Verga descrive felicemente questa condizione che è, insieme, saggezza popolare e sordo pregiudizio: «Per tutto il paese non si vedeva altro che della gente colle reti in collo, e donne sedute sulla soglia a pestare i mattoni; e davanti a ogni porta c’era una fila di barilotti, che un cristiano si ricreava il naso a passare per la strada, e un miglio prima di arrivare in paese si sentiva che San Francesco ci aveva mandata la provvidenza; non si parlava d’altro che di sardelle e di salamoia, perfino nella spezieria dove aggiustavano il mondo a modo loro; e don Franco voleva insegnare una maniera nuova di salare le acciughe, che l’aveva letta nei libri. Come gli ridevano in faccia, si metteva a gridare: – Bestie che siete! e volete il progresso! e volete la repubblica! – La gente gli voltava le spalle, e lo piantava lì a strepitare come un pazzo. Da che il mondo è mondo le acciughe si son fatte col sale e coi mattoni pesti».
Che nei componimenti narrativi di Verga, e nei Malavoglia massimamente, siano i poveretti a parlare – ovviamente per bocca dell’autore – è forse opinione unanime. A ciò concorrono le tecniche espressive verghiane: l’uso dell’indiretto libero, dell’erlebte Rede (discorso vissuto) e dei proverbi. Ma che dietro questa parola faccia capolino l’idea che del mondo s’era fatta Verga è innegabile. Il fatalismo dei reietti è anche il suo, il loro breve futuro è anche quello del narratore travolto come gli altri – ammette Verga nella prefazione ai Malavoglia – dalla fiumana. Nemmeno all’intellettuale, che pure ha compiuto la sua ascesa sociale, e che almeno per «un istante» è in grado di trarsi «fuori del campo della lotta per studiarla senza passione», nemmeno a lui è concesso il privilegio di fuggire il télos, di fuggire l’esperienza ripetuta del ciclo. E non è necessario rimarcare che, per Verga, i vincitori di oggi saranno i vinti di domani.
Questa impossibilità di fuggire il ciclo – il tempo uniforme della ripetizione – non consente a Verga di immaginare un’altra idea di processo (o progresso) storico, di immaginare un tempo lungo di acquisizioni, un futuro patrimonio di conoscenze e di tecniche, azioni volte a liberare gli uomini (si pensi alla novella intitolata Libertà); men che meno gli consente di immaginare il futuro lunghissimo dell’Utopia.