martedì 12 gennaio 2016

Michaux barbaro in Asia

Plus tu auras réussi à écrire (si tu écris), plus éloigné tu seras de l’accomplissement du pur, fort, originel désir, celui, fondamental, de ne pas laisser de trace.
Michaux, Poteaux d’angle

È capace di concentrare la Cina in un elenco borgesiano, Michaux – l’amore del cinese per il suo Umwelt: la giada, le pietre levigate, il fior di loto, la pioggerella sottile, la pinna del pescecane, un figlio che assolve i propri obblighi filiali in maniera scrupolosa e cerimoniosa, certe crudeltà ecc. ecc. Ma anzitutto Un barbaro in Asia (Torino, Einaudi, 1974) mima sornionamente una succosa guida turistica (forse una di quelle guide nautiche di cui ciarla Maugham, una di quelle guide in cui la praticità non offusca per niente la poesia): la fauna (con una predilezione per quella ittica e ornitica), la flora, la lingua, le arti figurative, il teatro, la musica, concedendosi ‘esuberanze’ antropologiche, etnografiche, sociologiche. Certo è anche un diario, un diario di viaggio, ma a ricordarcelo nessuna data e accenni a un passaggio, a un itinerario, una qualche nota sentimentale che suona affettata. Il viaggio, ovviamente, ci fu per davvero, e che viaggio!, tra il ’31 e il ’32: dall’India alla Cina, a Ceylon, al Giappone, alla Malesia. La storia (o cronaca) di quel viaggio, ma entrambi i vocaboli sono sbagliati, appare nel ’33, Michaux trentaquattrenne. Scritto velocemente – lo confessa l’autore – e con entusiasmo e stupore, Un barbaro in Asia non è tuttavia un libro ‘frettoloso’; Michaux, che ha già viaggiato in Sud America scoprendovi l’Ecuador, è un viaggiatore istruito e ‘letterario’, se così si può dire. In Cina vi arriva leggendo e rileggendo – se ne può sorridere, soprattutto oggi* – il Tao Tê Ching ma, dichiara, per trovare l’occasione «di non arrabbiarsi, meglio, di provare gusto nel Tao» (B. Ouvry-Vial, Henri Michaux, qui êtes-vous?, Lyon, Manifacture, 1989, p. 94). Al suo ritorno a Parigi cerca di perpetuare l’euritmia di un viaggio in cui le osservazioni, le riflessioni, le letture non lo hanno mai affaticato. Un barbaro in Asia è forse – c’è da scommetterci – un prolungamento del viaggio e, nel medesimo tempo, la sua cartografia; la sua ‘forma’, che allude molto alla lontana a quella di una guida, come si è detto incautamente, è forse solo l’esito di questo sforzo. La scrittura come viaggio? Come sempre non mette conto separare il viaggio dal suo resoconto. È tanto vero che non appena subentra un’interruzione – è sufficiente il passare del tempo – nessun intervento sincero è più possibile. Michaux lo dice chiaramente nella sua prefazione stesa dodici anni dopo: «Il viaggio è là. Io sono qui. Non posiamo più fare gran che l’uno per l’altro […] e non è nemmeno possibile correggerlo. Ha vissuto la propria vita». Il fossato si approfondisce con la nuova prefazione del 1967. Ora quell’Asia nemmeno esiste più, ma ciò avrebbe importanza soltanto se il viaggiatore volesse rifare il suo viaggio per ricalcare la topografia tracciata un tempo e che forse già allora era quasi immaginaria. Ma il viaggiatore sa che non ne proverebbe gusto.


* Non del Tao Tê Ching, ovviamente, ma del fatto che uno si appresti a un viaggio in Cina leggendo il Tao Tê Ching. Già negli anni in cui ci andò Henri Michaux, giovane letterato proveniente da studi medici, la letteratura taoista e il patrimonio religioso del taoismo apparivano insufficienti per comprendere i sommovimenti di una realtà in rapido mutamento. Michaux guarda al giovanotto che fu senza indulgenza, si definisce ingenuo e ignorante, ammette la sua cecità di fronte al fatto politico ineludibile eppure eluso nel suo carnet.