sabato 19 marzo 2016

Antonio Pascale contro il romanzo (e contro Radio3)

Antonio Pascale nella sua articolessa del 13 marzo sul Foglio ci racconta del tramonto inevitabile del narratore ottocentesco – e cioè del narratore onnisciente: «Se vogliamo che [lo scrittore] continui a offrire un contributo, forse va considerato che il ruolo dello scrittore come narratore onnisciente si sta lentamente spegnendo – e si vede dal calo di vendite dei libri». Ci racconta dunque di questo tramonto come se fosse una novità e, soprattutto, come se fosse lui ad essersene accorto mentre tutti gli altri dormivano – soprattutto quelli di Radio3. Quelli di Radio3? Vabbe’, non facciamoci troppe domande. E tuttavia, non ne parlavamo, di questa eclissi, già settant’anni fa? Non era questa la lezione di Barthes o di Robbe-Grillet, del Nouveau Roman, di Sartre, di Camus e di tanti altri? Voglio dire: le prime teorizzazioni esplicitissime non provengono da lì? Perché dunque questa amnesia di Pascale? 
Beh, in primo luogo perché Pascale ce l’ha con Radio3, per ragioni che solo lui conosce; in secondo luogo perché ci tiene a polarizzare una apparente dicotomia che solo oggi parrebbe emergere: quella fra romanzo tradizionale e autofiction. L’autofiction – almeno così come la praticano in molti, in troppi – è una palla e questo immagino che lo sappiano tutti; offrirle qualche credenziale o patente di legittimità risulta difficile; dunque ecco una specie di pistolotto: non capite che il romanzo tradizionale non c’è più, che quel narratore onnisciente appartiene al passato – lo sapevamo da un pezzo! – e che oggi c’è una cosa nuova: lo sbrodolamento dell’io, il racconto melenso, patetico e noiosissimo della sua peripezia quotidiana: il vuoto spinto. Fatevene una ragione! 
Questo io non è meno onnisciente del narratore ottocentesco: avendo come confini i suoi propri confini, sa tutto di sé e delle proprie stizze, delle proprie euforie, e, ahimè, non manca di loquacità. Nel Nouveau Roman a farsi avanti era il testo o la scrittura o il significante; qui è ancora il melodramma con in meno l’ambizione di esprimere una qualche idea. E difatti l’unica cosa che importa è l’empatia: «Voglio dire, a parte che oggi ci sono vari modi e strumenti per moltiplicare l’empatia». Ecco dunque una letteratura (autofiction) empatica in cui il narratore racconta la rava e la fava e il mondo da lui creato gli rimanda indietro… la rava e la fava. Certo, così non si va da nessuna parte, ma che importa? Questo scambio di ortaggi è la sfida della modernità. Non ce lo insegnano i Social? Ammettiamolo una volta per tutte: i personaggi creati dallo scrittore, «quegli eroi, quelle eroine, ora hanno preso vita e raccontano le loro storie ogni giorno: come possono, a volte bene a volte male, ma con mezzi nuovi». Siamo circondati da personaggi romanzeschi e non ce ne eravamo accorti! Come se non fosse quella forma lì – quella del romanzo – a renderli (talvolta a malapena) sopportabili.