sabato 19 marzo 2016

Proust, la metafora, il farmaco

Photo: Wesley Merritt
Parlando di Flaubert, Proust lascia scivolare una frasetta piuttosto impegnativa. Eccola: «Je crois que la métaphore seule peut donner une sorte d’éternité au style». Genette (cfr. ‘Proust palinsesto’, in Figure I. Retorica e strutturalismo, Torino, Einaudi, 1969, pp. 36-37) ha giustamente connesso questa frase a un altro passaggio proustiano. Scrive Proust in una pagina della Recherche: «On peut faire se succéder indéfiniment dans une description les objets qui figuraient dans le lieu décrit, la vérité ne commencera qu’au moment où l'écrivain prendra deux objets différents, posera leur rapport, analogue dans le monde de l’art». Questo rapporto segreto ed essenziale fatto di parole, di scrittura («[…] par le lien indescriptible d’une alliance de mots»), è appunto la metafora. Contro ogni descrizione piana, realista, la metafora coglie l’essenza e a «cette contemplation de l’essence des choses» il narratore dichiara di voler restare fedele: «J’étais maintenant décidé à m’attacher à elle».
Quanto arbitraria questa metafora che vorrebbe arrivare all’essenza? Non sarà solo la concomitanza della presenza-insistenza dei due oggetti («deux objets différents») nel vissuto a congiungerli misteriosamente? E non sarà una certa presa del linguaggio a intrappolare questo medesimo vissuto? Insomma: che cosa sa e che cosa non sa qui il narratore?
Bene, ci troviamo di fronte a un narratore che vorrebbe cercare o ricercare l’essenza delle cose e che immagina di arrivarci attraverso l’opera d’arte – e cioè attraverso la metafora. L’opera d’arte gli appare persino come una specie di ‘rimedio’, come l’unico mezzo per raggiungere la mèta della ricerca. Come definire questa ‘pretesa’? Non è anche questa, e alla sua maniera, una pretesa di onniscienza? Alla sua maniera: non si tratta certamente di restituirci la coerenza del mondo; e non si tratta di questo perché si tratta di restituircene tutta quanta l’incoerenza. Insomma, il punto di partenza è pur sempre un sapere – quello dell’incoerenza del mondo – che ritrova alla fine ciò che sapeva fin dall’inizio e che lo ‘dimostra’ attraverso la sua ricomposizione ‘artistica’. Ma poi, siamo sicuri di poterla mettere in termini di coerenza e di incoerenza? Questa letteratura – scrittura – dell’incoerenza non emerge in contrapposizione a una letteratura che difende la coerenza perché ideologicamente orientata? Non emerge in contrapposizione a un episodio della storia letteraria: quello del romanzo-romanzo, quello del romanzo come specchio di una pretesa coerenza ‘logica’ del mondo?

Postilla.
Ho detto che per Proust la scrittura è un rimedio – e cioè un farmaco. Proust, come ogni homme de lettre che si rispetti, e cioè come uomo della scrittura, non può fare a meno di attribuire alla parola un potere terapeutico: la sua scrittura è pur sempre una meditatio malorum.
Bene, se questo è quasi scontato, vorrei attirare l’attenzione sulla ‘maniera’ di Proust. Proust è una specie di stoico e lo è perché fa della scrittura un esercizio spirituale. La sua ‘indifferenza per le cose indifferenti’ (l’espressione è di Filone di Alessandria), e cioè quel suo amore che non fa differenza per le cose e per gli istanti della vita, lo prova.