giovedì 14 aprile 2016

Davide contro Golia


Parlare del movimento surrealista significa cozzare con una serie di difficoltà notevoli. Di fatto, la presenza di un cervello forte come quello di André Breton (1896 - 1966), fondatore e animatore indefesso del movimento, sembra garantire solo genericamente una continuità d’intenti. 
Anzitutto dobbiamo ricordare che l’espe­rien­­­­za surrealista perdura con alti e bassi lungo un trentennio circa, dall’inizio degli anni venti agli anni cinquanta, e in questo trentennio risente dei cambiamenti capitali avvenuti in Francia e in Europa, nonché dell’inevitabile ri­cambio generazionale, apportatore di nuova linfa.
In secondo luogo vi è una sentenza di morte concernente il surrealismo, sentenza bizzarra perché pronunciata a più riprese e non sempre dai maligni, che dà la dimensione del marasma di cui il surrealismo è parso affetto in epoche via via successive.
In terzo luogo, a meno che non si voglia giustificare (e ridurre a unità) tutto (ma proprio tutto) sulla scorta di un generico quanto inarticolato anelito di libertà, dobbiamo dare rilievo al doppio binario su cui marciarono due surrealismi: uno strettamente letterario e artistico, sicuramente il primo; l’altro, quello dei manifesti e dell’engagement marcatamente politico.
All’indubbia originalità del primo surrealismo, artefice (sotto le suggestioni freudiane) della cosiddetta ‘scrittura automatica’, del riscatto completo dell’‘onirismo’ e di quella dimensione del ‘meraviglioso’ cui Breton si riallaccia costantemente, è indispensabile opporre la sottomissione sociologica e politica del secondo alle categorie marxiste (comprese le riletture leniniste e trotzkiste) del materialismo dialettico. 
Gli Entretiens, radiotrasmessi nel 1952 e pubblicati nello stesso anno da Gallimard (tr. it. Marie-José Hoyet, Lucarini, 1989), dopo la rielaborazione dell’autore, raccolgono sedici conversazioni con André Parinaud che illustrano la storia del movimento surrealista e la personale avventura intellettuale di Breton dal 1914 al 1952, e sono seguite, sotto la dicitura ‘Risposte ad altre domande’, da alcune interviste rilasciate tra il 1941 e il 1952. 
In bilico tra il bilancio critico e la perorazione appassionata, l’aneddotica e la polemica, gli Entretiens  restituiscono, va da sé, il punto di vista di Breton. Ne scaturisce un quadro complesso, un quadro in cui si giustificano non solamente i dettagli, ma si conforta anche il cuore del surrealismo.
Originariamente, ricorda Breton, il surreali­smo nacque come reazione al nichilismo di ‘Dada’ e come suo superamento. Animati en­trambi da un desiderio di sovversione, di rot­tura (con e) dell’arte in senso tradizionale, da­daismo e surrealismo divergevano però sul piano teorico: lo sforzo dadaista era tutto teso ad un lavoro negativo, di distruzione; il surrealismo rifletteva le tematiche dell’inconscio freudiano. Se le ‘antiestetiche’ epifanie dadaiste erano puro rifiuto dei canoni della tradizione, quelle surrealiste, altrettanto ‘antiestetiche’, erano espressioni ‘autentiche’ e ‘originali’ dell’inconscio. Il surrealismo dunque «ha voluto essere liberazione integrale della poesia e, per mezzo di essa, della vita»: liberazione dalla ‘tradizione’, e riconciliazione dell’uomo con se stesso anche contro questa ‘tradizione’.
Il lavoro intrapreso da questo primo surrealismo, lavoro di prospezione, di scandaglio in profondità della mente, affrontò una prima ‘sterzata’ all’epoca de ‘La Révolution surréaliste’ (la rivista del movimento), allorché Breton ne divenne il direttore. Se i primi numeri della rivista avevano ospitato soprattutto l’attività surrealista per così dire di base (testi automatici, racconti di sogni) e in seguito avevano subito l’influenza del misticismo di Artaud, l’assunzione dell’incarico da parte di Breton segnò apparentemente il ritorno alle posizioni di partenza e tuttavia costituì i prodromi della svolta politica del 1925 (seconda sterzata): svolta sotto certi riguardi sorprendente, poiché si passò dalla battuta di Aragon su «Mosca rimbambita» a ‘La Révolution d’abord et toujours’, ma che trovava una giustificazione nel fatto che l’emancipazione della mente dell’uomo esigeva prima la sua liberazione sociale.
Vero è che se sottomissione (alle summenzionate categorie marxiste) vi fu, fu sottomissione tribolata (di quegli anni sono le esclusioni di Artaud, Souppault, Vitrac ed altri, ‘rei’ tutti di tiepidezza rispetto alla militanza politica); tuttavia, a conferma del carattere subalterno del surrealismo, possiamo addurre l’ammis­sione di Breton del 1952: «A partire da allora – in altre parole a rottura avvenuta: siamo nel 1935 – […] la nostra posizione nei confronti di quelli che erano stati precedentemente i due poli della nostra attività, si trovava profondamente modificata. Sul piano dell’espres­sione e della diffusione delle nostre idee, per quanto riguarda la trasformazione sociale del mondo, eravamo ridotti ai nostri mezzi, che beninteso erano irrisori rispetto a quelli che ci venivano opposti» (Entretiens, Lucarini, 1989, p. 142).
Certo, questa dichiarazione non annuncia l’ab­bandono da parte dei surrealisti del materialismo dialettico, e meno che meno dell’idea rivoluzionaria; tuttavia dobbiamo affermare che la mancata convergenza tra surrealismo e comunismo, le cui ragioni attengono soprattutto al dogmatismo e al dirigismo dei comunisti francesi, era ancora poco rispetto alla flagrante ‘contraddizione epistemologica’ che rendeva inconciliabili l’oggetto del surrealismo e il materialismo dialettico (cfr. p.99).
Su ammissione di Breton, «il primato della materia sullo spirito» non poté mai costituire per i surrealisti un articolo di fede. «Tutto ciò che da questo punto di vista importa – puntualizza Breton – è di capire che, anche se l’attività surrealista vera e propria continua a svilupparsi sul piano che le è proprio […] nondimeno resta soggetta alla preoccupazione di evitare un conflitto di fondo con il marxismo» (Entretiens, Lucarini, 1989, p. 142, p. 107). E così, il surrealismo, che sul piano che gli era ‘proprio’ continuava la sua indagine dell’esperienza e dell’avventura interiori, centrando la propria ricerca sul sogno, sul linguaggio, sull’amore, immaginò di verificare per suo conto le tesi marxiste; o piuttosto, molto più onestamente, ritenne «indubitabile che il marxismo» contesse in sé «le maggiori possibilità di liberazione delle classi e dei popoli oppressi» (p. 107) e quindi lo abbracciò «sentimentalmente». Con ciò dava luogo ad una concordia discors palese tra l’attività interiore (surrealista) e l’attività esteriore (politica) la cui unica ragione era il ‘sentimento’ e che, a giudizio di Breton, accordava al surrealismo di evitare la contraddizione.
L’irrigidimento seguito alla mancata convergenza del surrealismo con i comunisti fu inteso soprattutto a mantenere, nonostante tutto, i legami con il partito comunista: il surrealismo, in altre parole, non poteva bastare a se stesso; d’altra parte fu inteso anche a salvaguardare la libertà programmatica contro la tentazione di un autoaffondamento che consentisse ai suoi membri di raggiungere i rivoluzionari politici.
Se da un lato ciò comportò esclusioni eccellenti e grandi tensioni, dall’altro finì per ridare slancio alla ricerca più autentica. Sono gli anni in cui comparve un pamphlet dal titolo Un cadavre contro Breton, ma sono anche gli anni del Second Manifeste (bilancio di ciò che del surrealismo è morto e di ciò che è vivo) e dell’adesione di personalità di spicco quali quelle di Buñuel, Dalì,[1] René Char, Sadoul e Thiron; gli anni della rivista ‘Le Surréalisme au service de la Révolution’ e dell’internazionaliz­zazione del movimento con Magritte, Ristitch, Teige, Nezval, ecc. 
La definitiva rottura con i comunisti si ebbe con la guerra di Spagna e i successivi famigerati processi di Mosca. A questo punto Breton e compagni si trovarono in una posizione alquanto precaria. Il manifesto messicano (Pour un art révolutionnaire indépendant), risultato eclatante degli incontri di Breton con Trotzkij, la creazione della F.I.A.R.I. (Fererazione internazionale dell’arte rivoluzionaria indipendente e del suo organo, la rivista ‘Clé’, si collocano infatti in un clima internazionale molto fosco, laddove i rappresentanti delle tendenze rivoluzionarie ‘non-staliniane’ sembrano del tutto incapaci di una coesione organica. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e l’esilio americano di Breton, infine, ebbero per conseguenza una brusca interruzione dell’attività surrealista; interruzione che la liberazione di Parigi non riuscì a sbloccare se non parzialmente. 
Avesse o no il surrealismo esaurito la sua necessità storica, di fatto, la mancanza di una pubblicazione periodica a carattere collettivo stava ad indicare la fine della propaganda surrealista. Sordo ostruzionismo? Esistenza oscura di una conventio ad excludendum?
Una descrizione del panorama culturale francese del dopoguerra ci porterebbe troppo lontano; a noi interessa qui rilevare lo ‘stato’ del Breton-pensiero dopo la burrasca. L’impressione è che questo pensiero così poco spiritoso sia stato sottoposto dagli eventi ad una specie di calcinazione. Il caput mortuum recita ormai cose del genere: «Ho la sensazione di non aver tradito le aspirazioni della mia giovinezza [...] la mia vita è stata dedicata a ciò che ritenevo bello e giusto»; aggrappato all’ideale umanistico di una emancipazione universale dell’uomo, confessa, con tutta onestà, che il surrealismo non ha avuto «un punto d’inserimento» nel sistema e in particolare in quello che si costituisce nel dopoguerra; ma rivendica fieramente la lotta ingaggiata con «tutto il pensiero asservito in un modo o nell’altro», lotta che «fa molto pensare a Davide e Golia» (p. 174).




Questo articolo è già apparso sulla rivista 'Magazzino di filosofia', n. 6, anno II, 2001/C2, pp. 66-68.

Note

[1] Dalì, ammette Breton, interpretò e incarnò lo spirito surrealista in maniera paradigmatica. Il metodo «paranoico-critico», come «metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’oggettivazione critica e sistematica delle associazioni e interpretazioni deliranti» andava a braccetto con l’interesse di Breton e degli altri per gli stati sonnambolici, la trance medianica, l’alienazione mentale.