venerdì 8 aprile 2016

Un dramma e una morale per noi

Sul monismo di certo darwinismo (cui si aggiunge un sospetto di tautologia) non varrebbe la pena di tornarci sopra se Fabrice Hadjadj non ne facesse una specie di argomento in favore… Già, in favore di che? In favore della follia della creazione, anzi, della Creazione (volendo ricorrere alla retorica delle maiuscole). Questa follia non è che la fantasia sfrenata di Dio che produce, con dieci parole soltanto, tutta la diversità dell’universo: dalla cyphonia clavata al canguro, alle galassie. È una «creatività abracadabresca», dice Hadjadj, che sgretola «l’immagine fondamentalista» del Dio che, per esempio, proibisce l’adulterio, per sostituirla con quella «di un poeta sconcertante, ultra-surrealista, amico del grottesco». (So già cosa penserà il perfido: nulla di più grottesco della condanna dell’adulterio. E, d’altra parte, approverebbe Dio il ‘fantasioso’ battesimo che il cardinal Pirelli somministra al cucciolo canino figlio della Duquesa DunEden nel racconto di Ronald Firbank?).
Di contro a questa fantasia sfrenata, di contro a questa immaginazione sregolata, ci starebbe Darwin e quel suo principio di selezione naturale che ci restituisce una natura dove non c’è che lotta e competizione: un principio utilitaristico, un principio economico. Lotta e competizione non coincidono nemmeno lontanamente con la mancanza di immaginazione ma Hadjadj, che ama i paradossi (i paralogismi), identifica il ‘mondo’ di Darwin con l’esposizione meccanica che una monotona «voce off» fa della sua teoria – quando siete a New York, dentro l’American Museum of Natural History, per ammirare l’esposizione ‘Life at the Limits’. Quella voce, aggiunge Hadjadj, «non smette di cercar di azzittire la voce della vostra coscienza e di ridurre il vostro stupore alle norme del funzionalismo e del management contemporanei». Che cosa di meno immaginoso, per esempio, di questa pretesa per la quale la sterna dell’Artide fa «milioni di chilometri solo per la sua sopravvivenza»? Già, non è evidente che viaggia pour le plaisir?
Certo, il monismo scientifico, come il monismo teologico, ci consegna a un mondo, a un mondo variegato e lussureggiante finché si vuole, ma, in ogni caso, a un mondo: a un mondo da cui non si esce. Con Bloch (‘Ateismo nel cristianesimo’, Milano, Feltrinelli, 2005, p. 274): «Il principio che ha creato questo mondo non può essere lo stesso che conduce fuori di esso».
Molto più interessante, mi pare, un altro passaggio dell’articolo di Hadjadj. All’inizio, racconta il rabbino Nissim di Charenton, ci sono le dieci parole da cui scaturisce la creazione; seguono le dieci piaghe d’Egitto e, infine, i dieci comandamenti: la fantasia della creazione e il dramma della storia, spiega Hadjadj commentando l’insegnamento del rabbino, aprono alla vera morale. In fondo tutto questo vale anche per il darwinismo, purché si mettano certe parole tra virgolette. Ma aggiungo: il dramma, la lotta per la sopravvivenza e la morale della sterna sono un dramma, una lotta e una morale per noi. Si potrebbe dire che l’esistenza avventurosa della sterna venga alla parola con l’uomo: si fa racconto, narrazione, storiella, fantasia. Il darwinismo e la creazione sono racconti meravigliosi prodotti dall’immaginazione degli uomini, dalla loro parola: la sterna, ovviamente, non ne sa nulla.