mercoledì 13 aprile 2016

Un tempo per scrivere...

Qualcuno sorriderà se, facendo il verso al Qoelet, scrivo: c’è un tempo per scrivere (o per leggere) e un tempo per non scrivere (o per non leggere). Accettiamo che ci sia un tempo per lanciar sassi e un tempo per raccoglierli; accettiamo senz’altro che ci sia un tempo per parlare e uno per tacere (perché tutti abbiamo pagato lo scotto per aver parlato o taciuto mal propriamente); ma scrivere o leggere ci appaiono attività accessorie e, in certo senso, parassitarie. Lo studioso questo lo sa: di sprecare il proprio tempo, magari tutto il proprio tempo, sino a logorarsi la salute, nell’attività risibile di darsi una spiegazione e ciò a dire di salvarsi. I seguaci delle lettere, scrive Ortensio Lando, son tutti «tristanzuoli, tisicuzzi, fracidi, catarrosi e per conseguente di volto stampato del colore della morte, d’una difficile e vitiosa natura, pieni d’alterezza, colmi d’orgoglio, sprezzatori delle dolci conversazioni, nemici mortali delle donne».[1]
Di più: questa attività solitaria non esibisce, a tutta prima, alcuna ‘utilità sociale’. La cultura s’inabissa dalle altezze cui una consuetudine retorica piace collocarla, anzi, si sfarina e piove in un pulviscolo sulla testa della moltitudine. Assunta in intrugli annacquati consegue quasi l’effetto di un farmaco inerte. Né il ‘produttore’ né il ‘consumatore’ se ne sentono responsabili. E questo mette in pace tutti quanti. Ma infilate un letterato nell’amministrazione della città e vedrete come «si cercherà di gittar il mondo sossopra e confondere l’universo». Non v’è cosa che il dotto, toccandola, non tramuti «in eresia come Mida l’oro» (p. 12). (Ripenso a Gide, al suo impegno di giurato nella Corte d’Assise di Rouen, ai suoi Souvenirs e alla sua volontà di non giudicare).
Lasciati alle loro sudate carte i letterati sono inoffensivi per tutti salvo, forse, che per sé stessi. E talora (forse) congetturano che, per sé stessi e per il mondo che felicemente li ignora, sia meglio ristagnare e languire nell’ombrinale piuttosto che fluire nel mare magnum dell’universale insipienza (ut non delinquam in lingua mea…). Perché, d’altra parte mancherebbe di urbanità chi volesse imporre in un qualunque modo la propria verità sul mondo al mondo; è affare sporco da lasciarsi alle religioni, alla politica, ai magistrati e… e agli scrittori di successo. Questi ultimi, è vero, sono quelli che impongono di meno. Tutt’al più impongono una moda passeggera, l’epifania di un cappellino dernier cri. Sono infatti un curioso tertium genus tra il letterato di professione e l’analfabeta (id est l’uomo pratico). Leggono ma soltanto se stessi (e questo è il criterio sicuro per distinguerli dai letterati veraci) – e se gli capita di leggere gli altri è per plagiarli.
Sì lo so, c’è stato l’Illuminismo che ci ha voluti tutti laici, tutti popolani (λαϊκός viene da λαός, popolo), che ha proscritto i chierici (κληρικς da κλρος, porzione o selezione) e democratizzato la cultura, propalato il libro. (Rileggiamo Ortega y Gasset, quel suo opuscoletto intitolato Misión del bibliotecario: «La società democratica è figlia del libro, è il trionfo dell’uomo scrittore sul libro rivelato da Dio e sul libro delle leggi dell’autocrazia»).[2] Progetto ambizioso, spauracchio del clericume che ha attraversato le scuole e l’educazione. Ma possiamo negare che la locomotiva abilmente organata abbia finito per marciare blandamente? Per formare il consumatore piuttosto che il cittadino? Un altro passaggio – assolutamente necessario – dall’opuscolo orteghiano: «L’unica vaga possibilità per la democrazia di divenire effettiva constava nel fatto che le masse cessassero di esserlo per impulso di enormi dosi di cultura, beninteso effettiva e germogliata con evidenza in ogni singolo uomo, e non meramente ricevuta, sentita o letta. Il secolo xix vede tutto ciò fin dal suo avvio in piena chiarezza. È un errore credere che questo secolo saggiasse la democrazia senza farsi carico a priori della sua improbabilità. Vide esattamente ciò che bisognava fare […] e provò a farlo; ma, va riconosciuto, pigramente dapprima e con frivolezza dappoi» (p. 221). (Verrebbe da ripetere, a mo’ di pacifica constatazione, la crucciata giaculatoria del marchese di Condorcet all’Assemblée législative del 20 aprile 1792: «En vain toutes les chaînes auraient été brisées»).[3]
Ortega y Gasset immagina a questo punto, per il bibliotecario, una incredibile missione di igienista: si legge troppo e, soprattutto, si legge male; troppe idee, troppe informazioni, l’uomo non pensa più per suo conto; lasciamo a qualcuno il compito di sterilizzare… Benigno il soccorso del bibliotecario che legge per noi! Ma sin qui non posso proprio seguirlo.
Purtuttavia resto convinto di una cosa: «che non si possa più scrivere libri»… Oltre che la mia, è l’imperturbabile convinzione di Bobi Bazlen (che non ho letto e che forse non leggerò mai), il quale aggiungeva: «Perciò non scrivo libri. Quasi tutti i libri sono note a piè di pagina gonfiate in volumi. Io scrivo solo note a piè di pagina». Diciamoci la verità: forgiare concetti, percetti e affetti: siamo divenuti troppo gravi, troppo bruti (bruto vale originariamente grave, senza moto…) per riuscirci. La glossa a margine, benché forse non troppo seria, è tutto ciò che ci possiamo permettere.
Il super-vantaggio della citazione è tutto nella schermatura. Dietro il paravento della citazione e del commento, passano, indirettamente, le predilezioni, le idiosincrasie, le fissazioni del commentatore. (Per esempio René Schwob, il critico d’arte, vede croci, sangue e simboli trinitari ovunque. Cerca, dice Praz, di soddisfare il suo fervido desiderio di misticismo guardando quadri. E parlandone).[4] La pratica del commento confina con la sprezzatura ed è imparentata con l’ironia. Ma è anche la riprova (documentale!) che qualcosa ci ha raggiunti e ci ha colpiti, che abbiamo sentito qualcosa – o pensato qualcosa. Insomma, depone a favore di una certa nostra disponibilità, di una certa nostra capacità articolantesi in una gamma che va dall’animus languidus all’animus strenuus. Di certa leggerezza.[5] È chiaro, che non ci è possibile paragonare la lettura a un massaggio, che non ci sentiamo edificati da una predica insulsa solo perché declamata dal pulpito, o migliorati da uno spettacolo che ci ha svagati.[6] Inoltre asseconda parlo ancora della pratica del commento la permanenza (se non l’immortalità) dell’opera; né fa un monumento (nel senso di Deleuze e Guattari, ma anche nel senso di Foucault),[7] un monumento tetragono – un monumento «in divenire, come quei tumuli ai quali ogni nuovo viaggiatore apporta una pietra».[8] E così siamo tornati alle pietre. C’è un tempo per lanciarle e un tempo per raccoglierle…
Ora, per uscire definitivamente dal paradosso, o dal luso, dirò che la glossa o il commento, la nota, comecchessia, divengono libri e, a dirla tutta, non v’è libro che non ripeta un libro anteriore, che non raccolga la sfida modesta o eccezionale che un libro o un milione di libri hanno lanciata – pietre scagliate perché vengano raccolte o vi si inciampi, perché vengano rilanciate; foglie (folia) che invitano a decifrare le loro pagine, che ardono senza bruciare come nella trasfigurazione autunnale, fomite che accende i volti d’intelligenza (Foglie e pietre, Blätter und Steine, è peraltro il titolo di un volumetto jungëriano, опавшие листья, Foglie cadute, il titolo di una raccolta ròzanoviana)... Per questo i libri debbono circolare, disperdersi al vento come foglie cadute, e la biblioteca ha da essere ‘decostruita’: «Tutto comincia ‘in’ una biblioteca: fra libri, scritture, rimandi. Non c’è dunque inizio, Soltanto una deriva da cui non si esce».
Ma occorre pure uscire (e non è che un modo per spostarsi nella biblioteca), parlare alle persone. κα ες τ ος κοετε, κηρξατε π τν δωμτων, ciò che ascoltate all’orecchio, predicatelo sopra i tetti (Mt., 10, 27). Ad maiorem philosophiae gloriam. Questa la mia essortazione. Senza questa predicazione c’è poco da fare. I libri non bastano. A che pro, poi, scrivere libri se l’editore non li stampa – e d’altra parte nemmeno ripagano il costo della carta – e la gente non li legge? Qui si colloca l’opportunità offerta dai social media, dai social network, dalla rete ecc. Con un’avvertenza: tutti questi strumenti ‘protesici’ restano inutili senza un solido background negli humanioria studia. Si ha un bel dire che occorre apprezzare la babelicità di internet. Qui non si tratta nemmeno di quello σπαραγμς (sparagmos, lacerazione) di Penteo con cui Clemente Alessandrino negli Stromati inchiodava la pretesa di ciascuna scuola filosofica di possedere la verità; è invece la foglia carducciana che si perde «tra la nebbia ne ’l ruscello».

Note

[1] O. Lando, Paradossi, Venezia, 1563, p. 13.
[2] J. Ortega y Gasset, Misión del bibliotecario, in Obras completas, Madrid, Revista de Occidente, 1964, p. 220. Dove non attribuite tutte le traduzioni sono mie.
[3] Leggiamo nel rapporto di Condorcet: «Tant qu’il aura des hommes qui n’obéiront pas à leur raison seule, qui recevront leurs opinions d’une opinion étrangère, en vain, toutes les chaînes auraient été brisées, en vain ces opinions de commandes seraient d’utiles vérités; le genre humain n’en resterait pas moins partagé entre deux classes: celle des hommes qui raisonnent, et celle des hommes qui croient. Celle des maîtres et celle des esclaves».
[4] Cfr. M. Praz, Penisola pentagonale, cit., p. 128.
[5] Inutile dire che Kant (cfr. Critica del giudizio, Bari, Laterza, 1982, pp. 100-101) stava dalla parte degli animi strenui e mal tollerava il languore indotto dai romanzi lagrimosi o dalle prediche morali insipide. Nemmeno si nascondeva, il buon Kant (p. 93), che «il buono e peraltro intelligente contadino savoiardo» ha le sue buone ragioni per chiamare «pazzi senz’altro tutti gli amatori delle alte montagne». A costui soprattutto manca la cultura per apprezzare una cosa del genere: che qualcuno affronti il pericolo di un’ascensione in alta quota per «istruire gli uomini» e comunicargli «il sentimento che eleva l’anima» (il sublime). Manca cioè di leggerezza. Ecco, in un certo senso il faut être fou per leggere o per scrivere dei libri…
[6] Gli esempi, va da sé, sono di Kant. Cfr. p. 102.
[7] Vale a dire non una traccia della memoria, ma una ammicco verso il futuro; non un’iscrizione tombale, un’epigrafe, un epitaffio, ma il messaggio in una bottiglia indirizzato proprio a noi e che fortunosamente ci raggiunge.
[8] G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia, Torino, Einaudi, 1996, p. 182.
[9] E così, per lungo tempo e ancora nel secolo XI, essi nacquero per innesto e si svilupparono parassitariamente sopra un tronco estraneo da cui traevano la linfa. Glosse e digressioni erano occhi aperti sul testo-tronco originale e ne seguivano l’organizzazione o, per usare una parola più appropriata, l’ordo. Interlineate o a margine, appropriate o no, glosse e digressioni finivano per assorbire il testo originale, la venerabile scrittura di partenza. Solo in seguito, e in concomitanza con l’invenzione dell’indice e con l’utilizzo di espedienti tipografici, il libro divenne qualcosa di diverso «dal commento di una esposizione». Divenne cioè «esposizione di un argomento». I. Illich, Nella vigna del testo, Milano, Cortina, 1994, pp. 100 e ss. L’innesto è impiegato da Kant nel § 64 della Critica del giudizio per spiegare che cos’è un Naturzweck, un fine della natura, ovverosia un essere organizzato. L’analogia di questa organizzazione naturale con il prodotto artistico è oggetto del commento di Kant. Sull’immagine del libro come radice, infine, rimando a G. Deleuze, F. Guattari, Mille Plateaux, Paris, Minuit, 1980, pp. 11 e ss.
[10] E. Jünger, Foglie e pietre, Milano, Adelphi, 1997, p. 97; V. Ròzanov, Foglie cadute, Milano, Adelphi, 1989. E perché non ricordare il sogno di Jouhandeau (Cronache maritali, Milano, Adelphi, 1999, p. 118): «Mi mostrano dei libri, che erano finti libri: scatole piuttosto, piene di figure che rappresentavano alberi, e i rami degli alberi erano carichi di facce». Metafore? Forse. Ma non dimentichiamoci che libro (librum) è il nome della parte interna della corteccia delle piante e ciò a dire della prima materia scrittoria. Se dunque dico che i libri accendono di intelligenza i volti, parafraso Plinio, il quale, parlando della manifattura del papiro (Hist. nat. XIII, 68), annotava che «sull’uso della carta si fonda in buona parte la civiltà umana e da esso dipende, in ogni caso, il suo tramandarsi [chartae usu maxime humanitas vitae constet, certe memoria]» (tr. di R. Centi, Torino, Einaudi, 1984, p. 131).
[11] J. Derrida, Il fattore della verità, Milano, Adelphi, 1978, p. 108.