venerdì 13 maggio 2016

Del sesso coniugale

Già il solo fatto che Fabrice Hadjadj chiami matrimonio – o coniugalità – quella che Blanchot – o il Bataille a cui Blanchot ridà voce – chiama comunità la dice lunga. Voglio dire: non è un cacciarsi in una strettoia? Forse Hadjadj non legge esattamente Bataille – lui che lo ha studiato tanto –; forse Hadjadj legge il suo matrimonio attraverso Bataille. D’altra Hadjadj ha una bella moglie, l’attrice Siffreine Michel, ha sei figli, sappiamo che predilige la posizione del missionario («Ceux qui l’appellent ‘position du missionnaire’ ne croient pas si bien dire. Elle prêche quelque chose»), che guardando la sua consorte negli occhi durante l’amore le domanda: «Mi accoglierai ancora quando non sarò più che questa bestia che grugnisce o questo vecchio che si sente svanire? Mi accoglierai fino alla mia morte?» (‘Mistica della carne’, Medusa, Milano, 2009, p. 63). «Una povera cosa che fa smorfie» è d’altronde per lui l’uomo che fa l’amore – che fornica: «Il burlone paragona questo viso alla faccia che si fa defecando». E il burlone è lui, è Hadjadj...
Questa connessione tra l’amplesso e la morte è cosa arcinota: ne parla Aristotele, ne parla Baudelaire – ne parla Bataille, per l’appunto. Per Aristotele, a dire il vero, è solo una questione idraulica. Per Bataille, invece, è questione di violenza. Hadjadj non cita questo passaggio che traggo da L’erotismo (Milano, SE, 1986, p. 41), eppure è più interessante di quello che cita lui: «Violenza significa in pari tempo riproduzione sessuale e morte». Hadjadj preferisce citare il seguente passaggio (p. 101), in cui ritrova probabilmente il burlone di cui sopra: «Possiamo facilmente configurarci lo stupore di colui che non ne avesse conoscenza e che, per una macchinazione, assistesse, non visto, ai trasporti amorosi di una donna di cui in precedenza avesse ammirato la nobiltà del portamento. Costui vi scorgerebbe il sintomo di una malattia, l’analogo della rabbia canina. Come se una qualche cagna arrabbiata si fosse sostituita alla personalità di colei che sapeva comportarsi con tanta dignità…». Ma Bataille prosegue: «E parlare di malattia è ancora troppo poco. Per il momento la personalità della donna è morta». Bataille non fatica però ad ammettere che la realtà non ha sempre la violenza implicita in questo suo quadro (cfr. p. 102), ci mancherebbe! Hadjadj sarebbe d’accordo, ma la voluttà come «rottura minore evocante la morte» (le parole sono di Bataille, non di Hadjadj) gli serve per avvalorare la monogamia eterosessuale; e cioè a dire il matrimonio con il suo dramma, dalle nozze al cimitero.
Hadjadj sembra consapevole di un pericolo (glielo ha segnalato Bataille). Quello matrimoniale è un dramma ‘al sicuro’, un dramma edulcorato, un dramma che ha messo la sordina alla violenza di cui parlava Bataille, un dramma domestico tra il letto e la tavola da pranzo, dove, al limite, la trasgressione è l’amplesso sulla lavatrice; un dramma che ha interrotto l’assimilazione di morte e «rovina morale conseguente al peccato della carne» (ibidem) della teologia cristiana. E in cui la morte ci rende una vedova matura e fiorente… «Esiste dunque una falsa fedeltà che è peggiore dell’essere infedeli» (p. 76); e più avanti con le parole dell’Apocalisse: «Né caldi né freddi, questi tiepidi hanno fatto del proprio matrimonio una sorta di Club Méditerranée domestico. L’alba è annegata nell’alogeno. L’amplesso è un’igiene settimanale. La loro morte è ormai solo sulla loro polizza assicurativa» (p. 86). Insomma, avrebbero escluso il dramma; di più, se ne sarebbero resi indegni – indegni di quel dramma che ha la morte come epilogo. E tuttavia il sesso che la coppia formata da Fabrice e da Siffreine pratica, nella coniugalità, non è meno igienico perché rinuncia al condom, né davvero drammatico per il fatto che increspa le fronti e si lascia sfuggire gemiti. Diciamocelo, vedere nel sesso coniugale, della coniugalità regolata (Bataille), un rapporto privilegiato con la trasgressione, con il dramma, con la morte, è come vedere una battaglia campale in un picnic.