martedì 27 ottobre 2015

Figli nati dalla terra

Ho sempre una qualche cautela a parlare della maternità surrogata o, come si dice talvolta andando per le spicce, dell’utero in affitto. In primo luogo perché non ritengo minimamente necessario fare figli. Dico necessario ma intendo desiderabile e potrei aggiungere assennato. E questo perché metterli al mondo significa consegnarli al mondo e alla sofferenza e al dolore, come dice sempre Ceronetti richiamando affermazioni del tutto consimili di Schopenhauer; queste: «Non mi sono sposato per pietà verso i figli che avrei potuto avere» (cit. in La lanterna del filosofo, Milano, Adelphi, 2005, p. 147). Forse son tutte scuse ma, nondimeno, non inficiano l’argomento. Ma, in secondo luogo, perché questo desiderio di genitorialità sta pur sempre al di qua della genitorialità medesima. Che questo desiderio sia un’astuzia della natura o un qualche progetto voluto dal Padreterno poco importa – questi argomenti sono e restano veramente disgraziati –; direi piuttosto che gli uomini e le donne non sanno esattamente quel che fanno... D’accordo, non è un argomento... In ogni modo, i figli germogliano così (sempre) malgré tout, vincendo il logoramento interno, il declino biologico degli ascendenti. Va bene, va bene, non esageriamo… Tuttavia quando si dice che i bambini nascono perché hanno un papà e una mammà e che la ‘vocazione’ – che brutta parola! – non conta, non si dice nulla di diverso: i bambini nascono «à longueur de sperme» e solo questo sembra importare. Con ciò, e in maniera piuttosto ambigua, quelli della Manif si ricollegano a un mondo sacrale perduto, ma mai scomparso dal nostro inconscio antropologico, mettendo a tacere, senza ovviamente mai riuscirvi, quell’altro mondo, filosofico e tecnico, che immagina gli uomini già provvisti di strumenti atti alla sopravvivenza e bisognosi semmai (senz’altro) di una paideia. I figli nati dalla terra, spuntati come fiori o come funghi, non sono un’invenzione dei nostri tempi: già Platone ne parlava (cfr. Repubblica, 414c e sgg.).
Mi sono permesso di slittare scherzosamente e ironicamente verso la mia conclusione – che mi pareva (e mi pare) presentare un qualche spunto d’interesse. In ogni modo a me pare che sul tema della genitorialità ci sia parecchia confusione. Ho apprezzato il tentativo del buon Hadjadj di chiarire e (di schiarirsi) le idee nel suo La profondeur des sexes. Pour une mystique de la chair. Ma ciò che ne è disceso, da quel suo tentativo, è, vagamente, alla lontana, la celebrazione di un mondo ancestrale dove il ‘miracolo’ della generazione della vita (il thaumaston) manteneva tutti i suoi segreti e doveva essere propiziato (attraverso riti di fecondità, le preoccupazioni dietetiche, le segregazioni ecc. ecc.). Oggi la provetta vivipara ha tolto tutta la poesia e la mistica di Hadjadj incoccia nello scetticismo e persino nel cinismo. Di fronte al non-mistero della generazione (la quale ci ha svelato come a Gige tutti suoi segreti) le ragioni per procreare e per non procreare divengono tutte quante mondane e la procreazione stessa si ‘riduce’ alla manovra riferita volgarmente da Artaud (magari medicalmente assistita). Ora, quelli della Manif e degli altri ambienti ultracattolici (scrittori o scrivani sui giornali, opinionisti-tv ecc.) mi sembrano spesso assai a di qua degli schiarimenti di Hadjadj. Da un lato tirano in ballo la potenza dei gameti e dall’altro la necessità di una eteronormatività familiare (dalle benefiche irradiazioni psicologiche); e questa loro incertezza segnala l’interruzione: la genitorialità non da ora, anche se solo ai nostri giorni ha visto adeguamenti nel diritto, ha cessato di essere mero legame di sangue, biologico, per divenire elettiva e sociale. E qui vengo alla conclusione e ribadisco che quella interruzione è alla base della nostra cultura (occidentale). Ecco perché ho richiamato il Platone della Repubblica. Con la favola (mytos) della ‘nobile menzogna’, annota Sini (Transito Verità, Milano, Jaca Book, 2012, p. 481), «Platone ha in sostanza escluso gli uomini dalla generazione sessuale, facendoli invece scaturire direttamente dalla terra, con una sorta di generazione autarchica»; li ha così parificati e resi fratelli simbolici o amici «come dirà la retorica filosofica» (p. 482) e bisognosi di una paideia filosofica. Bene, quella fu la rivoluzione antropologica – rivoluzione che dunque sta all’inizio e non alla fine. Si mettano il cuore in pace: il Gender è in cammino dai tempi di Platone.