lunedì 2 maggio 2016

Un “tutto-Schubert” da non dimenticare

«Walt Whitman parla molto di fraternità. Si atteggia a camerata… Non mi fido. Molto meglio Schubert che senza dir nulla si mette a camminare al mio fianco e canta una canzone» (Eugeni d’Ors, ‘La valle di Giosafat’, Milano, Bompiani, 1945, p. 27). Schubert è la pace, Schubert è la sera, Schubert è la fraternità. Quadretto un po’ stereotipo, questo di d’Ors, che accusa di ipoacusia chi invece conclude: plaintive musique. Già, questo Schubert bon enfant (Bortolotto) non mi convince per nulla. E poi quella del Wanderer non è una passeggiata serale…
Non so cosa ne pensi al riguardo la pianista Maria Perrotta che sabato sera, in una sala di Villa Ottolini-Tosi a Busto Arsizio – l’appuntamento era per le diciassette, l’ingresso libero, e l’unica cosa di cui ci si potesse davvero rammaricare era l’esigua presenza di giovani –, ci ha regalato un programma interamente schubertiano. E però mi è parso proprio che la schietta intelligenza musicale della musicista spazzasse via quell’immagine stereotipa.
Ma, innanzitutto il programma. Comprendeva la ‘Grazer Fantasie’ in do magg. (D605A), pagina di quasi certa attribuzione e, probabilmente risalente agli anni di apprendistato del musicista. La ‘Grazer Fantasie’ può ricordare certe cose di Hummel o di Weber, benché talvolta paia quasi anticipare Chopin. Ciò che balza subito alle orecchie sono due episodi contrastanti: un ‘Moderato con espressione’ nella tonalità d’impianto e un ‘Alla polacca’ in una tonalità assai lontana, il fa diesis magg. Il secondo brano in programma era la Sonata in la minore (D784): pagina corrusca, ricca di contrasti, di sospensioni e, tuttavia, pagina intensamente lirica. Chiudeva la tarda (e ultima) Sonata in si bem. magg. (D960). Anche qui spendo qualche parolina. La Sonata in si bem. è un brano soffuso di malinconia, ricco delle estatiche sospensioni inattese già sperimentate; e, soprattutto, ha un momento davvero commovente nello sviluppo del primo movimento – si tratta dell’episodio in re minore alle batt. 173 e ss. – dove la parsimonia, per non dire la modestia, dei mezzi impiegati – accordi ribattuti, una esile melopea e un sommesso e intrusivo trillo nel basso – pare fare a pugni con la straordinaria espressività musicale. Certo, qui è richiesto un interprete sensibilissimo. Maria Perrotta, questo il punto, lo è; e ne ha dato una prova stupenda sia in questo passaggio sia nell’Andante sostenuto in do diesis minore, ricco di echi e di repliche e di brontolii, della medesima Sonata.
Nulla di più sbagliato che pensare che la sensibilità, in musica, sia in contrasto con il virtuosismo: la resa lirica, d’altra parte, è un’altra forma di virtuosismo come ogni strumentista intelligente sa. Forse non lo ignorava nemmeno André Gide, pianista dilettante che detestava il virtuosismo e tuttavia ammetteva di provarne soggezione. Maria Perrota è una pianista provetta ma è anche una virtuosa in senso esteso – in un senso più ampio e comprensivo.
Nell’unico bis concesso, la pianista ha proposto una breve giga bachiana, dalla partita in si bem. magg. (BWV 825), che ha fatto balzare in piedi il giovane (uno dei pochi) seduto alla mia destra.