giovedì 5 maggio 2016

Viva i Beatles!

La mia opinione sui Beatles, che non dirò, o almeno che non dirò senza sottintesi, convinto d’altra parte del fatto che – legittimamente, ci mancherebbe – non interessi a nessuno, questa opinione coincide grosso modo con quella di Glenn Gould. Bene, potrei chiudere qui, con questa facezia, ma mi è venuta in mente un’altra cosa.
Gould dichiarava di aver durato fatica a sfuggire il glorioso quartetto negli anni Sessanta; io vi sfuggo nascendo all’inizio del decennio successivo. E qualcuno, ne sono abbastanza certo, mi tenne all’oscuro della morte di John Lennon, avvenuta nel 1980 – e cioè compiuti i nove anni: un’età in cui queste cose, tipo la morte, cominciano a risultare comprensibilissime; e c’è forse una specie di stoicismo nei ragazzini... ma lasciamo perdere. Certo quel qualcuno ebbe gioco facile: di John Lennon non avevo contezza e ne ignoravo persino l’esistenza, sebbene sul piatto dell’hi-fi girasse ogni tanto, di rado a dire il vero, una raccolta di vecchie canzoni del complessino. (Ho ancora tutto: quell’impianto impianto e quei vinili…).
Mi piacevano? Sì, mi piacevano, ma il ‘moderno’, per me, era Gershwin, era Duke Ellington, era Louis Armstrong, il Ravel del Bolero, il Prokof’ev dell’Aleksandr Nevskij: il ‘moderno’ di una prospettiva appiattita, ovviamente, e di un occhio principiante. Il resto, di quel ‘moderno’, va da sé, erano canzoni o canzonette, filastrocche, jingle, roba di poco conto. Oggi credo di aver allargato un poco i miei orizzonti e, sebbene il mio ultimo ascolto ‘deliberato’ dei Beatles risalga 1998, posso dire di non avercela menomamente con loro né coi loro tre accordi. Anzi, mi auguro che abbiano, parlo dei superstiti che mi pare siano almeno un paio, mi auguro che abbiano vita lunghissima.
Viva i Beatles, allora! soprattutto viva Ringo Starr che, qualche tempo fa, disse che non gliene importava niente – I couldn’t care, disse – del perdono della Ecclesia Catholica. È una cosa, questa del perdono, muy amusante. Ci aveva pensato l’Osservatore romano a impartirlo nel quarantennale dello scioglimento. Del quartetto di Liverpool, rimarcavano Giuseppe Fiorentino e Gaetano Vallini, nel 2010, bisogna oggi, come jeri d’altra parte, apprezzare la semplicità tutta apparente e poi l’originalità delle sonorità, delle atmosfere, delle contaminazioni, delle sperimentazioni. Soprattutto queste ultime, come prova l’interessamento di Berio – e di Cathy, che diamine! – per la loro musica. Ciò che mi riporta a Gould che sulla seguente stravagante equivalenza non aveva nulla da obiettare: Barbra Stresiand sta ai Beatles come Bellini sta a Luciano Berio.