lunedì 20 giugno 2016

La discoteca del silenzio

Dalle mie parti, a poco più di cinque minuti di strada dal centro di Comabbio – che è il paese di Lucio Fontana –, a Barza, frazione di Ispra – che ha pure una frazione chiamata Barzola –, sorge Casa Don Guanella. Casa però è poco: casa sa di umile, di domestico, di… casalingo. Casa Don Guanella, recita la brochure online, è «situata in un edificio del XVII secolo», sulle vestigia di un vecchio castello medievale, «a cinque minuti di auto dal lago Maggiore» – dal che si deduce che a bordo della mia spider, e senza premere troppo l’acceleratore, lo raggiungo, il soprammentovato lago, in suppergiù dieci minuti. Casa Don Guanella, prosegue la brochure, «offre camere con aria condizionata e connessione WiFi gratuita, oltre a un ampio giardino [di oltre venti ettari] e un parcheggio in loco incluso nella tariffa». «Alloggerete in sistemazioni dotate di vista sul giardino e bagno privato completo di doccia, asciugacapelli e pantofole». Sì, lo so fa ridere assai… Casa Don Guanella appartiene alla Congregazione dei Servi della Carità, meglio conosciuti come Sacerdoti Guanelliani. Ma perché racconto tutto questo? Perché tutte le volte che, a bordo della mia spider, impegno la curva per irmene a casa – curva a gomito che qualcuno ha voluto chiamare, con certa enfasi, Piazza don Guanella, stretta com’è tra l’ingresso della Casa e la chiesuola dedicata ai Santi Quirico e Giulitta e alla B. Vergine – curva che se non impegnassi mi condurrebbe dritto dritto al ristorante guanelliano che propone «specialità locali» –, mi ritrovo a leggere sopra uno striscione la seguente scritta: DISCOTECA DEL SILENZIO. La scritta e lo striscione, come la parola ‘casa’, contrastano con la realtà economica del resort o del centro congressi, ma non importa… L’ossimoro è certo, mi sono detto: suggerisce l’idea di un disco senza solchi che giri sopra il suo platter... Che cosa diamine è una discoteca del silenzio? Sono abbastanza certo che se mi presentassi agghindato come il filarmonico, col tamburo sulla schiena, coi sonagli sul cappello, con la chitarra in mano e i timballi tra le gambe… beh, non mi farebbero entrare. Ma il silenzio conta davvero di più? Da quanto ho capito borbottano preghierine e fingono qualcosa come una meditazione, una meditazione molto … all’acqua di rose. Niente a che vedere con certe proposte pepatissime di Antonio, il santo-ninja che passò la vita a lottare contro i demoni: «Ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera» (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, Milano, Paoline, 2007, p. 106, 19,3); «Nessuno si volga indietro come la moglie di Lot» (ivi, p, 107, 20,1). È un invito a dirigersi, dritti come fusi, alla meta. – E che altro è l’escatologia se non questo dirigersi ecc.? –. E neppure niente a che vedere con lo splatter di Evagrio Pontico, che invitava i suoi discepoli a immaginare la propria morte, la decomposizione della propria carne, l’inferno e altre amenità (sul punto cfr. P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino, Einaudi, 2005, p. 78). Dunque una meditazione cieca e, piuttosto, un sermoncino, un fervorino, una morale… all’acqua di rose. Roba da animatori religiosi, da neuropsichiatri, da fisiatri: figure professionali effettivamente in servizio presso la struttura… E il silenzio? Silenzio, ti conosco per sentito dire, diceva Blanchot… Dunque la discoteca del silenzio è un non-luogo; è piuttosto un’insegna pubblicitaria, una maniera per reclamizzare, strizzando l’occhio ai giovani, la solita solfa. Perché è pur sempre chiaro che non s’ha da far musica, né da ballare, né da pensare, né da scop… VERBOTEN!