lunedì 13 giugno 2016

Qualche riflessione sul cosiddetto politicamente scorretto

Il problema del politicamente scorretto non è ‘etico’ e nemmeno ‘estetico’ – o perlomeno non è solamente etico ed estetico –; è invece dianoetico o cognitivo. Cercherò di spiegarmi.
Chi ricorre al politicamente scorretto non pretende affatto di farla franca con le battute degli adolescenti appena appena affinate dal vocabolario dello studente universitario; pretende invece che dietro quelle battute si sospetti qualcosa come un pensiero e una libertà: il pensiero della libertà che ci si sarebbe presi nei confronti della società – del sensus communis (vichiano) – della buona educazione (dell’etichetta) – del famigerato pensiero unico. Ne viene, prima facie, una certa frivola indifferenza, da parte del politicamente scorretto, per il suo oggetto, per il suo argomento. Donne, omosessuali, atei, credenti, disabili, immigrati, classi sociali, mestieri e professioni, idee, usi, consuetudini (un inventario apparentemente infinito) – tutto, purché meritevole di una qualche forma di ‘tutela etica’, può cadere sotto il giudizio tagliente e beffardamente ostile del politicamente scorretto. Ne viene anche, e sempre a prima vista, qualcosa come un automatismo, un riflesso, un tic. Il politicamente si dà a vedere, nei migliori dei casi, iponoètico; affine al luogo comune e all’idée reçue (nel cui impiego L. Bloy rimarcava il comico e l’esorbitante, e cioè la parziale inconsapevolezza del loro divulgatore). Poiché l’unico pensiero che vi starebbe dietro è quello della libertà di dire il contrario di quello che pensano gli altri, ogni censura, ogni rimprovero, ogni ramanzina – fateci caso! – suonerà ai ‘politicamente scorretti’ come un attentato alla libertà di parola e di pensiero. Si tratterebbe infatti di parole in libertà, di pensieri rilassati o di pensieri pervenuti fino all’insolenza o all’ilarità, di semi-pensieri.
Il politicamente scorretto così definito – e cioè come libertà che ci si prende nei confronti della cosiddetta società mainstream e come pensiero di questa libertà – ha un sicuro e sinistro appeal. Non fa meraviglia che divenga una strategia retorica utilizzata consapevolmente, un ‘programma’. Abbiamo così non soltanto proposizioni politicamente scorrette ma anche giornali politicamente scorretti, romanzi politicamente scorretti, opere d’arte politicamente scorrette ecc.
Beninteso, il politicamente scorretto acquista un senso politico solo se viene posto al servizio di un’ideologia, di un gruppo, di un interesse; e solo in questo senso ha a che fare con l’elemento politico. Diversamente andrebbe amputato del ‘politicamente’. Il politicamente scorretto è una tattica che obbedisce a una strategia più ampia sottaciuta, semi-taciuta o dichiarata altrove. Infatti, è importante mantenergli quell’irresponsabilità, quella superficialità e persino quella inconsapevolezza che appartiene ai luoghi comuni. Che tutto ciò sia solo ‘mimato’ o quasi ‘mimato’ non deve trasparire troppo. Viceversa non sarebbe possibile rispondervi, invariabilmente: «Che cosa avrò mai detto di così offensivo?». Se i semi-pensieri e le parole in libertà del politicamente corretto non fossero riconducibili, in un modo o nell’altro, a un generico rifiuto dell’ordine sociale, a un’assenza di diplomazia o di peli sulla lingua, ai segni iponoètici di una ‘insofferenza’, apparirebbero per quello che sono. Certo, il politicamente scorretto ‘organizzato’ – e non ce n’è un altro – fatica parecchio a presentarsi così. Allora la leggerezza lascia posto alla grevità, l’ideologia lascia indovinare la sua propaganda e dietro le parole si ritrovano gli slogan.
Sono partito sostenendo che il problema del politicamente scorretto non è etico o estetico; ho detto che è invece cognitivo. E, in effetti, siamo tutti disposti a scusare e talvolta ad apprezzare una parolaccia, una battuta salace, una freddura ecc. Inoltre, di queste ‘distrazioni’ si può anche ridere; inoltre, queste distrazioni ci invitano a distrarci, a non pensare troppo, ci alleviano dalla fatica del pensiero. Non sarebbe così se ne indovinassimo il ‘sistema’, il ‘disegno’ che ci sta dietro. Ma, l’ho appena detto, il politicamente scorretto arranca, fatica a presentarsi come una sorta di naïveté. E così il problema discorsivo e cognitivo viene allo scoperto.