lunedì 29 agosto 2016

Il cristiano e il clown

Scrive Costanza Miriano su FB: «Sarebbe bello se ognuno di noi potesse ‘adottare’ una vittima del terremoto […] e potesse affidarlo [sic] a Dio prendendo per lui l’indulgenza plenaria del Giubileo della misericordia, che si può chiedere anche per i defunti. Magari qualcuno di loro non era pronto». Ribadisce poco dopo: «Stiamo cercando di recuperare l’elenco delle vittime. Non so quanto ci vorrà, ma appena possibile lo metteremo sul mio blog, e ognuno potrà ‘assegnarsi’ una vittima per cui chiedere l’indulgenza». Ovviamente lei, la Miriano, una vittima se l’è assegnata: «Io per la mia, una signora anziana che forse, almeno apparentemente, era lontana dalla fede, vado domani a passare una Porta Santa». Che dire? Autopromozione commerciale — da parte della Miriano — che immeschinisce il ‘sentimento religioso’? Réclame religiosa che nella prise de parole di massa ha gioco (abbastanza) facile a rifarsi alle parole della tradizione? Di là dai dubbi sulla sincerità della promotrice — ciò che, insegna Aristotele nella Retorica (1356a), sottrae forza persuasiva al suo discorso —, e d’altra parte la Miriano non è Peguy, c’è però un paradosso che vale la pena rimarcare e che mi pare abbia rimarcato efficacemente Fabrice Hadjadj in un suo libretto intitolato Anti-manuale di evangelizzazione (Edizioni Messaggero, Padova, 2013).
Clown tragique - Georges Rouault
Il paradosso è questo: il cristiano che annuncia il suo messaggio è — o, per meglio dire, fa la figura di — un clown. Con la parola clown Hadjadj intende quello che bene o male intendiamo tutti: un tizio che, a causa della sua apparente imperizia, della sua apparente distrazione, fa ridere; un tizio che fa ridere a proprie spese. Hadjadj ne ricava un corollario interessante: il clown è un contemplativo; e si capisce che è un contemplativo perché non appena si muove casca per terra. Va detto che questa idea che il clown con le sue pose, le sue svagatezze, richiama l’uomo che pensa — il pensatore, il filosofo — non è di Hadjadj; è di María Zambrano che l’aveva argomentata in un articoletto. Ho commentato quell’articolo su Cabaret Bisanzio; chi fosse interessato al mio commento segua questo link: http://goo.gl/igMXBG. C’è però una congettura pretestuosa di Hadjadj che vorrebbe che quello del clown — al contrario di quello del comico o del buffone — non fosse un mestiere bensì un atteggiamento naïf. Immagino che lo faccia per restituire una certa (amabile) dose di ingenuità al predicatore dei nostri giorni. E d’altra parte Hadjadj è uno di questi predicatori ospitati alla televisione e, come ammette, parla per esperienza personale.
La scenetta è divertente. Scrive Hadjadj: «Partecipi a un dibattito televisivo insieme a un filosofo, a un buddista, a un musulmano e a una vedette e devi svolgere il ruolo del cattolico di turno»; ecco, prosegue Hadjadj, è questa una situazione «particolarmente clownesca»: «La situazione del cristiano è particolarmente clownesca quando si trova messo quasi all’asta fra gli altri venditori di ‘sapienze’» (p. 108). Il filosofo ha una dottrina, si richiama a parole altisonanti, alle «generalità», ai «nomi comuni con la maiuscola», nomi come Bontà, Giustizia, Verità e persino Divino; il predicatore ha in soprappiù la pretesa di affermare «un nome proprio», il nome di Gesù Cristo; il buddista illustra una «tecnica di vacuità», la posizione del loto, la respirazione, l’om ecc.; il predicatore racconta «l’incontro con una persona divina» (p. 109) ecc. ecc. Ironizza Hadjadj: «Preferiresti di gran lunga cominciare col trovare una canzone da cantare tutti insieme col giocare a tombola o a moscacieca» (p. 108), suggerire una ricetta culinaria e via di seguito. Sono caricature, queste, e sciocchezze belle e buone. Il punto però è un altro: è la difficoltà del predicatore, la sua difficoltà nella comunicazione — ciò che ne farebbe, appunto, un clown. Ora, non è piuttosto in gioco qui l’incredibilità del messaggio (evangelico) e l’incredulità, che è vecchia e nuova, di chi ascolta, un ascoltare (akoùein) che non si fa scontatamente un obbedire (hyp-akoùein)? Se così fosse, l’esperto è clownesco non per imperizia, per brachilogia, per afasia, per imbambolamento (da contemplazione), per una somiglianza sostanziale e definitiva col profeta Geremia, ma perché, per lui, e solo per lui, «certum est quia impossibile est» (Tertulliano, De carne Christi, V). E non affogherà come il contemplativo di Michaux perché invece di nuotare cercherà di capire l’acqua, ma perché crederà di poterci camminare sopra.
Non bisogna essere un «clinico di grido» (Gadda) per capire queste cose; ma non ha importanza. Ciò che importa, invece, è questa malinconica (?) constatazione di Hadjadj: il cristiano che predica, che predica l’absurdum della resurrezione del Cristo, è un clown, è nella posizione del clown — ciò che è una eco di 1 Cor, 15,14-19: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede… Noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini». E se non restasse, al nostro predicatore, che l’argomento negativo — la voie négative — che Jean Delumeau propone all’inizio di Ce que je crois (Paris, Grasset, 1985)?