lunedì 1 agosto 2016

L’azione contro la letteratura? Su Mishima

Entrare nella letteratura.
Oppure uscire dalla letteratura. Non sono problemi questi? Forse sì…
Generalmente si dicono cose del tipo: «Tizio ha fatto entrare nella letteratura la tal cosa o la talaltra». Zola ―  l’esempio lo traggo da P. Mantegazza ―  Zola vi avrebbe fatto entrare «il senso embrionale dell’olfatto, facendo parlare i formaggi». Le uscite non sollevano il medesimo scalpore perché nessuno se ne accorge: siamo pressoché insensibili al dileguo delle materie già letterarie. Si piangono invece le forme. Quelle sparite o date per disperse, beninteso. Alti i lai per la scomparsa del romanzo — sempre poi ritrovato da qualcuno —, della poesia.
Quando dico: entrare nella letteratura, e il suo contrario: uscirvi, intendo però una cosa diversa. Parlo cioè di chi vi entra in qualità di produttore letterario. Ebbene: come vi entra costui? Come vi esce? Ancora: è possibile uscirvi a cuor leggero? Rispondere a questi interrogativi significa porne uno fondamentale e fornire una risposta fondamentale: che cos’è la letteratura? Ma questa domanda temibile ha avuto forse troppe risposte e chi desidera fornire la sua dovrebbe quantomeno vagliarle tutte quante per conservarne qualcuna o per scartarle tutte.
Scrivo tutto questo perché sto rileggendo un libro di Mishima — il libro è Lezioni spirituali per giovani Samurai — dove il problema di una porta d’ingresso e di uscita dalla letteratura è effettivamente il problema.

Mishima oppone la letteratura all’azione. Ma l’azione, per Mishima, non è che una metonimia: l’azione sta per la vita. Allora uscire dalla letteratura — opporsi alla letteratura — non poteva significare che una e una cosa soltanto. E questo è il senso del suo Seppuku.
Mi rendo conto che affermare che l’azione è la metonimia della vita non è proprio corretto.
E infatti Mishima principia la sua filosofia dell’azione esponendone la logica — la logica dell’azione. L’azione è diretta a uno scopo, l’azione economizza sul tempo — è una certa economia del tempo che non esclude la non-azione, la pazienza (Introduzione alla filosofia dell’azione, in Lezioni spirituali per giovani Samurai, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 88), l’attesa del momento propizio. La logica dell’azione somiglia a quella di un «giocattolo caricato a molla» (p. 70). Ha cioè una sua ineluttabilità: l’ineluttabilità di una pallottola esplosa, di una freccia scoccata: «‘Dove stai andando?’ La pallottola ci risponderebbe: ‘Vado a uccidere il nemico’» (ibid.). Infine, nella sua logia l’azione è iponoetica, marginalizza il pensiero, giacché il pensiero agisce come un farmaco paralizzante, come un veleno paralizzante. A meno che non sia l’azione stessa a narcotizzare il pensiero, costringendoci, con la sua logica, «a compiere proprio ciò che detestiamo» (p. 80): «Infatti, se non si ha l’accortezza di tenersene lontani, si rischia di essere travolti da qualcosa che, iniziata la corsa, non è più possibile fermare» (p. 70). Come la pallottola, come la freccia, appunto.
Ora, questa logica, con tutta evidenza, non appartiene alla vita. La vita sfugge alle logiche e agli scopi che pretendono di indirizzarla, di governarla, perché la vita è più forte delle logiche e degli scopi. Non è necessario che essa eserciti la violenza di cui è capacissima: è sufficiente la sua imperturbabilità, la sua indifferenza. Opporre l’azione alla vita? Intanto l’azione è vitale; anzi, è un momento significativo di concentrazione della vita (da un punto di vista che va chiarito).[1] Fra la vita e l’azione deve essere possibile un punto di incontro, una conciliazione. Questa conciliazione è il kairόs, il momento propizio. Mishima lo conosce bene: «A differenza della vita quotidiana, l’azione possiede un obiettivo definito, perseguito da una volontà che tenta di eliminare il più possibile gli elementi imposti dal destino, e si prepara alla lunga attesa dell’occasione propizia» (p. 87). L’azione possiede uno skopόs; il suo tempo, che è il tempo della decisione umana, è il kairόs; l’azione col suo scopo e il suo tempo s’inserisce fra gli elementi imposti dal destino, e cioè dal télos della natura, della phýsis.

Messa in questi termini la faccenda appare — lo è — alquanto pragmatica. Ma Mishima non è un uomo pragmatico. C’è qualcosa di fuori posto nella sua idea di azione. L’azione che ha in mente è, infatti, l’azione bellica: «Fin dai tempi antichi ‘azione’ è sinonimo di ‘attività bellica’ e il suo principio è l’identità tra l’uomo e la sua arma, nel loro procedere in linea retta verso un obiettivo definito» (p. 71). Ora, anche tralasciando ciò che vi è di surrettizio in questa sua idea, fuori di posto appare l’assillo per una pratica (di un’azione) sconnessa dalla situazione storica, sia in senso politico sia in senso ideologico e culturale. Si spiegano così le tirate di Mishima contro il pacifismo e l’umanitarismo o umanesimo (pp. 100 e sgg.; cfr. anche I miei ultimi venticinque anni, in Lezioni spirituali…, pp. 113 e sgg.) del Giappone postbellico. C’è del velleitarismo nel Mishima che pratica il kendo, che, ottenuto un permesso speciale, partecipa alle esercitazioni dell’Esercito di difesa, che si costruisce un piccolo esercito personale (l’Associazione degli scudi), che dichiara, senza arrossire: «Io sono uno di coloro che credono di dover difendere il proprio pensiero con il corpo e con le arti marziali» (L’associazione degli scudi, in Lezioni spirituali…, cit., p. 63). E della frustrazione: «Nutro il dubbio che nel Giappone moderno, per lo meno nell’ambito della legalità, esista ancora la possibilità di compiere una vera e propria azione» (Introd. alla filosofia dell’azione, p. 108). L’idea di azione di Mishima mancando di uno scopo concreto — l’obiettivo — tradisce uno scopo recondito: la cattura della vita stessa nel gesto violento e superbo, nel bel exploit de guerre: vita eternata nell’istante irripetibile e bello (cfr. p. 96). «Estetismo più virulento che raffinato» lo definiva Moravia, i cui effetti appaiono, a occhi disincantati, patetici o comici. Patetico o tragicomico è quell’ufficiale che sbucando dal boccaporto del suo sommergibile sfodera la spada contro la nave nemica e muore crivellato di pallottole. Questa, per Mishima, è perfezione estetica rara, rarissima, perfezione che «si manifesta, nei casi più fortunati, un’unica volta nella vita» (cfr. ibid.).

Mishima non si nasconde il pericolo insito in questo estetismo. Quando si restringe al corpo, al culto del corpo, esso è estraneo alla cultura giapponese che il corpo lo ha in dispregio; è invece un prodotto d’importazione americana e «un’aberrazione delle teorie di Platone» (Lezioni spirituali…, p. 25). Ecco perché la bellezza dell’azione in Giappone, fino ai tempi moderni, è bellezza spirituale: una bellezza che non si specchia narcisisticamente, ignara di sé: «La bellezza [dell’azione] non ha il tempo di cogliere il proprio fascino» (Introd. alla filosofia dell’azione, p. 93); la bellezza dell’azione «è un’invisibile corrente elettrica»; infine, in tutto ciò «vi è una contraddizione» (p. 94). D’altra parte Mishima non nega di essere rimasto contagiato dall’edonismo importato dall’America (cfr. Lezioni spirituali…, p. 26). Le fotografie della maturità immortalano un uomo nerboruto, atletico, spesso torso nudo, in pose plastiche, mentre brandisce l’asta del kendo o la spada. Sono «clichés alarmants ou gênants», dice Marguerite Yourcenar, ma che non nasconderebbero una ricerca quasi tantrica che mette capo, appunto, al gesto, all’azione (cfr. Mishima ou la vision du vide, Paris, Gallimard, 1980). Ma pure, verrebbe da aggiungere, una buona dose di esibizionismo nell’ostentazione della forma fisica. Mishima deplora la fine di Marylin Monroe, «la cui immagine fisica fu venduta senza alcun riguardo per il suo spirito» (Lezioni spirituali…, p. 26). Non che temesse di fare la stessa fine; e però «vi è una contraddizione».

La perfezione estetica, quella perfezione che si manifesta un’unica volta nella vita di un uomo, è l’impronta lasciata dall’exploit, il segno tangibile del suo evento, la sua immagine raggelata, eternata. Con ciò l’azione si rende disponibile alla sua riproduzione artistica, giacché l’essenza dell’arte sta nella ripetizione di «un evento decisivo» e, a conti fatti, nella finzione.[2] Proprio per questa ragione, prosegue Mishima, «i samurai, disdegnavano le rappresentazioni teatrali, ad eccezione del Nō, le cui regole impongono un’unica recita, in cui convergono tutte le energie» (Introd. alla filosofia dell’azione, p. 96). Deprezzare il teatro o la letteratura non deve essere apparso sufficiente a Mishima che si attiene — o vorrebbe attenersi — a un programma essenzialmente contraddittorio: «È un mio antico sogno fondere con un atto di volontà gli estremi contrastanti della fragilità del corpo e della forza della letteratura, della debolezza della letteratura e della solidità del corpo: un’impresa probabilmente mai progettata neppure dagli scrittori europei, il cui compimento mi avrebbe consentito, come scrisse Baudelaire, di ‘essere il boia ed il giustiziato’» (I miei ultimi venticinque anni, in Lezioni spirituali…, cit., pp. 116-117). Sono parole ‘profetiche’…
Sanare le debolezze del corpo, che è supporto fragile dell’azione, e della letteratura, che è ripetizione o finzione dell’azione, ecco l’impresa impossibile e astratta che Mishima si assunse. Alla fine dovette apparirgli necessario interrompere ogni azione e uscire dalla letteratura: rendere impossibile la ripetizione dell’azione suicidandosi — rendere impossibile la finzione (almeno per sé) suicidandosi. E sempre con l’illusione di cominciare davvero e vivere dopo gli ultimi venticinque anni in cui non poteva «dire di aver realmente vissuto» (p. 115). Corollario perentorio: la vita è nell’azione in cui la si perde.

Note

[1] L’azione — questo è il punto — è un momento di particolare concentrazione o addensamento della vita, è il momento in cui la vita è vissuta più intensamente. E ne è — o può costituirne — il compendio: «L’sitante in cui [Nasu no Yoichi] colpì il bersaglio non fu che un’infinitesima frazione della sua lunga vita, ma in quell’istante si concentrò e si consumò tutta la sua esistenza» (Introduzione alla filosofia dell’azione, in Lezioni per giovani Samurai, cit., p. 88). L’azione è anche il momento in cui la vita è in gioco — in cui ce la si gioca. Ne viene che si vive più intensamente quando la vita è in pericolo o quando è spacciata. Ma su ciò si veda oltre.
 [2] L’azione non è per i pensatori, per gli intellettuali, per gli uomini di lettere. Riecco quella opposizione insanabile tra letteratura e azione e, più in generale tra la letteratura e la vita. Chi pensa, chi scrive — per Mishima — non vive o ha già cessato di vivere: «Generalmente s’inizia a dedicarsi all’arte dopo aver vissuto», scrive nelle sue ‘Lezioni spirituali’ (p. 7). Ovviamente qui Mishima non intende la vita tout courtzoé e poi bios, per impiegare ancora termini greci — ma le esperienze di vita, le vicissitudini, le avventure: «Non è possibile scrivere mentre si vive un’avventura» (p. 8).