lunedì 15 agosto 2016

Le porte della fattoria di Gide

Ciascuna delle porte della fattoria di Gide — Gide non aveva una fattoria ma ce la racconta, e ce la racconta così bene che non possiamo dubitare che ne avesse una miniaturizzata sotto il suo cappello a tesa larga —, ciascuna di queste porte si apre su un piccolo paradiso terrestre: paradiso di nutrimenti, di delizie, di piaceri tutti corporali, tutti psichici. Non è un caso, lo scrivo qui, quasi tra parentesi, che Gide intitoli il suo libro Les nourritures terrestres (I nutrimenti terrestri): il sarcasmo di Paludes (Paludi), che viene prima delle Nourritures, si rovescia nell’esaltazione dell’orto, del giardino, dell’oasi, del nutrimento. Ora — ma solo ora — saprebbe cantare anche la palude e il limo e i vermi, perché è da una palude tutta spirituale, mentale, che s’è scalzato. Il corpo calunniato, i piaceri calunniati, i digiuni di un’anima svigorita — cristiana — che spregiano il corpo, che lo avvelenano: ecco tutto ciò che Gide ha seppellito nel pantano — accidioso fummo. C’è un seguito…
Certo, presso la fattoria, Gide tralascia le fatiche — ignora l’almanacco delle fatiche improbe del georgos autourgos esiodeo. Sul ciglio dei prati — pelouses, in francese, giacché ricorderebbero il pelo — lui, Gide, ci fa l’amore; nella latteria vi trova formaggi già preparati, panetti di burro sopra foglie di cavolo — le mani rosse, rouges, sono quelli della fattoressa; presso il torchio s’immagina abbandonato sopra le mele con la sua Sulamita (ovviamente lettore del Cantico, Gide — e di Bernardo?); nella stalla, nella stalla insopportabilmente tiepida, vorrebbe con sé i giovani figli del fattore, perché gli piacciono, gli piacciono i loro giochi, la fragranza del loro sudore.
E tuttavia non bisogna farla lunga: quelle fatiche sono note. Benedette o maledette — ma che siano benedette o maledette non è poi molto diverso — ci accompagnano sin dall’inizio; ed è curioso che i progenitori [*] del Genesi non abbiano mandato a quel paese il loro Creatore — creatore di travagli e del travaglio, del cattivo odore. Per evitare di cadere nella retorica del peccato, del lavoro, del salario, del premio, meglio cantare l’attivismo del fervore (ferveur): «Une existence pathétique, Nathanaël, plutôt que la tranquillité» (Gide, Les nourritures terrstres suivi de Les nouvelle nourritures, Paris, Gallimard, 1972, p. 21). Nulla conservare, nulla tesaurizzare, bruciare del bagliore del fosforo.
Ecco, su questa fatica, su questo sudore ecc. non a caso cade il sospetto di un pensatore cattolico come Hadjadj il quale — ne parlai qualche tempo fa — vi scorge una dissociazione dalla carne (chair). Il fitness? Fatica sprecata, sudore sprecato. Il sesso omosex? Idem come sopra. Per non essere dissociati dalla carne (chair sexuée et mortelle), per corrispondere — cor-rispondere — à l’image divine que constitue notre vie, dobbiamo arare e seminare e inseminare, far figli à longueur de sperme, partorirli con dolore… Chiamare dissociation questo fottersene degli astratti furori degli spregiatori del corpo è un capovolgere la realtà — da parte degli spregiatori del corpo. Ma c’è di più…
C’è una buona dose di ipocrisia. E su quella Gide non transige. Scrive a Claudel: «Quanto al male che voi dite producono i miei libri, non posso crederci, poiché conosco il numero di coloro che sono soffocati dalla menzogna dei costumi come lo sono io. […] L’ipocrisia m’è odiosa, e so che qualcuno ne uccide».


Nota


[*] «Adam neuf, c’est moi qui baptise aujourd’hui. Cette rivière, c’est ma soif; cette ombre bocagère, c’est mon sommeil; cet enfant nu, c’est mon désir». Così Gide nelle Nouvelles Nourritures (p. 173).