lunedì 12 settembre 2016

Contro l’evoluzionismo di Chomsky (benché Chomsky non sia esattamente un evoluzionista)?

Strizzare l’occhio al creazionismo yankee ― non ce n’è un altro sotto le volte basilicali ― e sostenere il cosiddetto liberismo. È l’editore ― quel che ne resta, forse un tic adespota ― a chiederlo e tuttavia, che diamine!, un po’ di originalità, di eccentricità: quella di uno spencer doppiopetto bianco, di un cappello da cowboy metropolitano, di una catena da orologio che traccia il suo bravo semicerchio da qui a qui. Tom Wolfe, quello della Fiera delle vanità, famoso per aver coniato l’espressione radical chic (uhhhh!!!), autore di The Kingdom of Speech, fresco di stampa e di… concezione ― Tom Wolfe, dunque, è tutto questo: è l’uomo giusto. Benché, spalle strette e testa grossa, avrebbe (avuto) bisogno di un po’ di palestra. Ma ci torno. 
Mattia Ferraresi, su «Il Foglio»,* ci parla di Tom Wolfe ― lo fa dopo il Meotti che su «Il Foglio»,** ci ha parlato di Tom Wolfe ecc. e dopo Stefania Vitulli che su «Il Giornale» ecc.***― e di come Tom Wolfe abbia bruciato Darwin. Addirittura! E Chomsky. Com’è avvenuto che Wolfe-spalle-strette accatastasse una pira per bruciarvi Darwin? La verità ― nuda e cruda ― e che quasi nessuno legge Darwin. A quanto si dice ― lo dice Ferraresi ― Wolfe ha letto un articolo di Chomsky intitolato The mystery of language evolution; lo avrebbe letto «in una notte scintillante del 2016» ― le parole sono di Wolfe in sussiego domenicale ― e tanto è bastato perché vi replicasse con The Kingdom of Speech, un libercolo di 192 pagine uscito il 30 agosto 2016. Dunque le spalle strette e la mancanza di allenamento paiono bastevoli… Ma ci torno. Ciò che colpì Wolfe giusto dieci minuti prima di pubblicare un libro su ciò che lo aveva colpito è la seguente frase di Chomsky (ma Chomsky la spiccò nel 2014): «Basandoci sullo stato attuale delle prove, sosteniamo che le domande fondamentali sull’origine e l’evoluzione della nostra capacità linguistica rimangono misteriose, con incertezze considerevoli intorno alla possibilità di scoprire evidenze rilevanti o conclusive che possano risolvere le molte ipotesi aperte». La prudenza di Chomsky ― prudenza ordinaria per chi lo ha letto davvero,**** prudenza comune a tutti gli studiosi di glottogonia ― non piace a Wolfe; e, d’altra parte, non gli sarebbe piaciuta nemmeno l’imprudenza di Chomsky quando si fosse mostrato imprudente. E dunque? E dunque, racconta Ferraresi, «Wolfe ha letto l’articolo [almeno quello!] in cui i più grandi linguisti e antropologi del mondo [c’erano dei firmatari] ammettono di non sapere nulla del loro oggetto d’indagine, ma tuttavia non rigettano la teoria del tutto [l’evoluzionismo] nella quale le loro più piccole teorie sono incastonate come brillanti in un anello, si è fatto alcune domande e ha scritto un saggio per trovare qualche risposta. La risposta fondamentale è che la super-teoria evoluzionista non spiega tutto, e soprattutto non spiega il linguaggio». Cosa che soltanto Wolfe e Ferraresi (e il Meotti…) credono o fingono di credere. Ma che c’entra la teoria dell’evoluzione con la linguistica di Chomsky? Qui per Wolfe ― e per Ferraresi ― la faccenda si complica perché, insomma, Darwin non lo legge più nessuno e Chomsky… Per farla breve, molto breve, a giudizio di Wolfe Chomsky risolse tutti i problemi «già in giovane età, quando ha conferito stato di scienza hard a quell’incerto strumento di indagine che è la linguistica, rifondandola completamente attraverso l’idea che il linguaggio è una funzione innata e universale dell’uomo». E la teoria dell’evoluzione? Be’, «la sintassi ricorsiva [di Chomsky] garantisce l’universalità della grammatica umana, cosicché la teoria di Chomsky trova il suo posto d’onore all’interno della teoria del tutto darwiniana. Alla luce della teoria dell’evoluzione, l’ipotesi innatista di Chomsky ha senso». Certo l’innatismo parrebbe collidere con l’evoluzione oppure articolarvisi sopra o allato o come volete con qualcosa che somiglia alla complessità,***** ma volete mettere tralasciare tutto questo per dare del dogmatico e del platonico a Chomsky, e più indietro a Darwin, e opporre loro gli empirici aristotelici? Tornare al liceo, insomma. E raccontare la favola bella del metodo sperimentale di Galieo Galiei. Testimonial d’eccezione, uno scienziato-antropologo di nome Daniel Everett ― uno di quelli che prende l’aereo per gire in Amazzonia e scuoprire una tribù isolata e minuscola, la tribù dei Pirahã, «che parla una lingua fatta di una decina di fonemi che non ha termini che indicano quantità, numeri, colori, senso del tempo, [e che] esibisce una sintassi non ricorsiva che non si conforma alla teoria universale di Chomsky [UG], che con apodittica certezza classifica il linguaggio come potenzialità innata e senza distinzioni sostanziali fra una cultura e l’altra». A dire il vero è proprio da Everett che Wolfe ― e di conseguenza Ferraresi ― ripigliano questa barzelletta di Platone e di Aristotele. A modo loro. Sul «The Guardian» Everett, in una intervista del marzo 2012 ― a tanto si spinge la ricerca bibliografica e documentale di Wolfe ― riepilogando i termini del suo dissidio con Chomsky, ribadiva: non c’è una universal grammar (UG); il linguaggio è una faccenda culturale. Aggiungeva però un argomento che a Wolfe non piace. Eccolo: «The lesson is that language is not something mysterious that is outside the bounds of natural selection, or just popped into being through some mutated gene. But that language is a human invention to solve a human problem. Other creatures can’t use it for the same reason they can’t use a shovel: it was invented by humans, for humans and its success is judged by humans». Quindi anche per Everett il linguaggio dipende dalla selezione naturale e tanti saluti. In ogni modo, Everett si definisce un aristotelico laddove il mistico Chomsky sarebbe un platonico. Quisquiglie, dettagli, Darwin c’entra e non c’entra. Ce n’è abbastanza per dichiarare, apertis verbis, che Wolfe e Ferraresi scrivono cazzate e però, alla fin della fiera, dovrebbe essere chiaro che qui non è in ballo la scienza o la filosofia o la linguistica; e che, invece, si tratta di una faccenda sociologica, di costume, di una faccenda giornalistica ― i giornalisti, questi camerlenghi di questioni di cui non ci capiscono un’acca! : è lo scandalo delle rendite di posizione, delle baronie ecc.: da un lato questi professoroni vecchi e occhialuti che fanno incetta della lauree honoris causa, dall’altro gli antropologi giovani ed espansivi cacciatori di farfalle, uomini di una médiocrité naturelle et naïve, per dirla con Renan, ma concreti che prendono un bagno assieme ai Pirahã. Con in più la strizzatina d’occhio alla linea editoriale del foglietto: d’accordo i creazionisti sono forse un po’ out, ma questi confuterebbero, da atei impenitenti ateo Wolfe, ateo Everett , nientemeno che l’evoluzionismo (urca!); d’accordo, Wolfe attacca il Chomsky politico, quello anarcoide e anticapitalista, in maniera affatto pretestuosa, come rileva Caitlin Flanagan che ha recensito, sul New York Times, The Kingdom of Speech, e tuttavia il Chomsky attivista e il Chomsky linguista sono la stessa persona… Debbo ancora parlare delle spalle strette e della palestra? Non è lampante che si tratta qui dello smistamento della posateria?

* Cfr. M. Ferraresi, E Wolfe bruciò Darwin. Così ‘Il regno del linguaggio’ fa a pezzi l’evoluzionismo. Soprattutto quello di Noam Chomsky, in «Il foglio», 12 settembre 2016.

** Cfr. G. Meotti, Il falò delle vanità evoluzioniste. Tom Wolfe fa a pezzi “Charlie” Darwin: ‘Non ci ha spiegato perché siamo i soli a parlare’. Il grande scrittore americano smonta un altro tabù: ‘E’ il linguaggio, non l’evoluzione, il responsabile del progresso umano’, in «Il foglio», 2 settembre 2016.

*** Cfr. S. Vitulli, Tom Wolfe attacca Chomsky e Darwin per scacciarli dal regno della parola, in «Il giornale», 7 settembre, 2016.

**** Un esempio di questa prudenza? Scrive il Nostro: «È possibile, ma non è in alcun modo certo. È veramente una questione di come l’evoluzione umana ha avuto luogo. È totalmente possibile che ci fosse un’origine umana comune ma che lo sviluppo del linguaggio abbia avuto luogo successivamente ad una frammentazione in diversi gruppi e che il sistema del linguaggio si sia sviluppato esattamente allo stesso modo per via di fatti biologici e fisici. Il fatto è che non si sa abbastanza circa l’evoluzione umana per essere in grado di rispondere a questa domanda» (Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza, Bologna, Il mulino, 1991, p. 168). Stesse incertezze nella grammatica e nel lessico in Rousseau, nell’Essai sur l’origine des langues (a sottolinearlo è Derrida). Ma Chomsky sa essere anche più tranchant

***** Chomsky, non pensavo di doverlo ricordare ai Meotti e ai Ferraresi, è tiepido con l’evoluzionismo; anzi, se deve scegliere tra la UG e l’evoluzionismo, sceglie la UG. Di più: l’innatismo della UG è incompatibile con la selezione naturale darwiniana. Scrive, in un passaggio che mi pare significativo: «C’è una lunga storia di studi sulle origini del linguaggio che si chiede come sua sorto a partire dai richiami delle scimmie e così via. Questo tipo di ricerca è, a mio modo di vedere, una completa perdita di tempo perché il linguaggio si basa su un principio interamente difforme da qualsiasi altro sistema di comunicazione animale. È abbastanza verosimile che i gesti umani […] si siano evoluti dai sistemi di comunicazione animale, ma non il linguaggio umano. Esso si basa su principi totalmente differenti (ivi, p. 178).