mercoledì 7 settembre 2016

Fascino della musica

La vis alliciendi (la forza di attrazione, the power of alluring) non in senso morale, se ve ne è uno (e ve ne è uno per esempio per la chiesa de Roma quando disamina il tema del proselitismo), ma come (si fa per dire) semplice appeal, come charme, come magnetismo ― ecco, la musica ce l’ha. Insuffla le canne nella strozza, pizzica le corde, i muscoli tersicorei, ci scalza, ci fa andare di concerto. Di qui la diffidenza per questo suo potere non esattamente morale, e le condanne, da Platone a Ceronetti ― che da una vita ce l’ha col rock ― passando per… per Bossuet. Di qui la rivalità inter musicos et cantores. Certo Febo esagerò un poco traendo, col coltello, Marsia «de la vagina delle membra sue», come scrisse il Poeta ― e cioè a dire scorticandolo vivo. Un altro poeta (Ovidio) annotò: «a! piget, a! non est tibia tanti!». Veramente una ciaramella non vale tanto. Liszt e Thalberg si limitarono a un duello pianistico nel salotto della principessa Belgiojoso. D’altra parte se cantare è innamorare, se i quadrumani nostri progenitori cantano nella stagione degli amori e delle rivalità, come rileva Charles Darwin, tutto si fa più chiaro. (Constato che il Meotti ― galeotto fu ‘The Kingdom of Speech’ di Tom Wolfe ― è tornato al suo antico amore. E cioè odiare Darwin. È importante? Ho sentito telefonicamente Wolfe e Noam Chomsky e anche Darwin ― che mi hanno detto di no).

Platone condanna la musica? Non esattamente. Platone deplora la ‘popolarizzazione’ della musica, la cui scienza, a suo parere, dovrebbe restare appannaggio degli eruditi. Platone detesterebbe il rock esattamente come Ceronetti.

Chi decide dell’auraticità dell’opera? Il critico il suo buon gusto. Nella prefazione a Sesame and Lilies di Ruskin, un traduttore d’eccezione Marcel Proust annota en passant la seguente frasetta: «Cela reviendrait à dire que d’être devenu plus intelligent, crée des droits à l’être moins». Giorgio Agamben sostituisce all’uomo intelligente l’uomo di gusto. Dunque l’uomo di gusto diciamo il nostro critico per il solo fatto di aver acquisito un gusto superiore acquista in soprappiù il diritto di ostendere il (proprio) cattivo gusto. Insomma, di apprezzare il Kitsch e di confidarlo alla società alla bonne societé.