martedì 13 settembre 2016

I capelli di Daria Bignardi

A Savinio  lo scrive ne La casa ispirata (Milano, Adelphi, p. 150, 1986)  a Savinio, o a chi dice io nel romanzetto saviniano, «le donne coi capelli corti [fanno] l’effetto di creature o inferme o mutilate, richiamandomi altresì al ricordo losco e turbatore dell’androgino». Perciò stesso le gesta delle Pentesilee e delle Giovanne d’Arco gli suscitano un misto di pietà e di schifo. Che scemenze! Dirò comunque una banalità: per i capelli ― attraverso i capelli, le acconciature, gli spilloni, i pettinini ecc. ― passa la seduzione femminile. Ma pure quella maschile e una certa qual virilità se Sansone divenne una mammoletta nel momento in cui venne rasato. I capelli, tuttavia, suscitano un certo sussiego morale, quasi arma impropria nella bella società: i capelli della Gorgone benché la Gorgone non frequenti i salotti… Ma lasciamo perdere. Padre Stefano Menocchio, della compagnia di Gesù, li definisce un ornamento e un escremento del corpo: la forza di Sansone ― la sua virilità ― è nelle sue membra e allocarla nei capelli significa solo dire che è gratia gratis data.
Scrivo tutto questo perché Daria Bignardi s’è tagliata i capelli e se li è ingrigiti e, soprattutto, perché Anna da Re l’ha commendata indicandola quale lezione di stile (su «Donna Moderna»). Ora, le lezioni di stile, in campo tricologico e nella moda, mi hanno sempre suscitato un mondo di pensieri dubbiosi sull’utilità degli ebdomadari che si occupano di costume: e più che sulla loro utilità, sulla perspicacia dei loro redattori. Infatti le mode ― e qui seguo Kant, che mi pare sufficientemente pratico della faccenda (il § 71 della Anthropologie in pragmatischer Hinsicht) ― sono veränderliche Lebensweisen, mutevoli stili di vita. Questo secondo il loro Begriff. E bisognerebbe farsene una ragione: quello che oggi è un diktat degli élégants de la cour, domani è un tabù: per i medesimi. Proprio per questa ragione c’è, in questa fantasia delle forme, qualcosa di stravagante e qualcosa di odioso, di malvagio. Non è affatto una questione di gusto, giacché spesso, nella moda, regna il cattivo gusto, ciò che è contrario al buon gusto. E allora non è che vanità e una gara nel superarsi. Kant apprezzerebbe la nuova acconciatura di Daria Bignardi? apprezzerebbe il suo stile inedito? Forse è la parola stile a stonare qui: Anna da Re avrebbe dovuto dire che Daria Bignardi ha voluto fornire alle «signore chic after fifty» una lezione morale (che, peraltro, proprio per essere chic after fifty già conoscevano). (E Kant sarebbe forse stato d’accordo. Perché, a meno che non lanci una moda ― gli emulatori sono sempre dietro l’angolo ― Daria Bignardi è o sarebbe un tipo originale, ein Sonderling: e cioè, seguendo Kant, un tipo fuori moda).
E qui, allora, sorgono un paio di interrogativi: perché mai una donna per essere seria ― da un punto di vista morale ― dovrebbe acconciarsi come una Pentesilea o una Giovanna d’Arco? Perché dovrebbe, con le parole di Savinio, evocare «il ricordo dell’androgino»? Mi si dirà che nessuno, nel mondo di oggi, pensa a queste cose o ne tiene conto. Forse è vero; e tuttavia qualcosa, molto all’acqua di rose, dei pensierini di padre Menocchio ha profumato «Donna Moderna».