lunedì 26 settembre 2016

Quando manca la terra sotto i piedi

Salvator Rosa,
La morte di Empedocle nella voragine.
Di Hadjadj, su «Limite» il 13 settembre e su «Avvenire», in pessima traduzione, il 4 settembre, apparve un articolo sul terremoto italiano. Ci (mi) piacque a metà. Al solito tirava in ballo Voltaire e Rousseau (e in più Sade, e questo è davvero originale); ma almeno si aveva la certezza che lui, Hadjadj, Rousseau e Voltaire li aveva letti sul serio e non per finta come quelli del «Foglio», che un dubbio sul fatto che avessero scambiato Rousseau per Voltaire e Voltaire per Rousseau lo facevano sorgere. Titolo dell’articolo di Hadjadj: ‘Quand le sol se dérobe’. Su «Avvenire»: ‘Considerazioni sulla mobilità del suolo’.
Ora, ‘se dérober, sottrarsi, perdere la propria consistenza (mancare, crollare, collassare), principalmente se è il suolo a farlo, è tutt’altra cosa dalla ‘mobilità’, che evoca semmai i viaggi in treno o in aereo, il turnover, gli occhioni del mandrillo. Anzi, come attitudine e facilità di movimento, la mobilità non appartiene al suolo, i cui movimenti sono (o appaiono) eccezionali al punto che, quando si verificano, les genoux se dérobent sous nous, le ginocchia ci mancano. E caschiamo: e con noi il nostro sapere, direbbe Hadjadj ― come in effetti dice: «Lorsqu’il parle ainsi, le sismologue est assis sur sa chaise ou debout sur un plancher. La terre qui ne tremble pas est la condition de son discours sur la terre qui tremble»: quando parla così il sismologo è seduto sulla sua sedia ecc… La terra che non trema è la condizione del suo discorso sulla terra che trema. E prosegue: «Qu’une trappe s’ouvre sous ses pieds, que les murs autour fassent un bond d’un mètre puis s’effondrent, et il ne reste plus grand chose de sa science, hormis des yeux exorbités et une bouche démesurément béante sur un cri vain»: si apra una buca sotto i suoi piedi ecc. e non resta più molto della sua scienza, salvo due occhi esorbitati e una bocca smisuratamente spalancata in un grido vano. (Anche qui, tradurre letteralmente «spalancata su un grido vano» è da svaniti).
Dietro queste immagini, Hadjadj lo menziona en passant, Husserl: quello di ‘Die Ur-Arche Erde Bewegt sich nicht (‘L’Arca originaria Terra non si muove’). Un inedito, questo, che piacque a Merleau-Ponty che lo citò in Phénoménologie de la perception (anche Deleuze e Guattari lo citarono in ‘Qu’est-ce que la philosophie?).* In breve, siamo sì copernicani ma con uno sforzo, ché una doxa originaria e un vissuto originario ci riportano lì: alla immobilità della terra, del suolo. Qui l’introibo dei fondamenti, suoli, basi ― sulla cui metaforicità non v’è da discutere ―, che ogni sapere che voglia accreditarsi vanta o millanta (Hadjadj preferisce il tema teologico-religioso: «Lorsqu’on parle de Dieu lui-même comme du ‘roc’, de l’‘appui’ ou du ‘chemin’»).
A questo punto il nostro psicopompo (Hadjadj) s’ingolfa un poco: certo la natura non è né madre né matrigna bensì una sorellastra che richiede le cure di un’ecologia intelligente. Sempre meglio delle tirate dei foglianti sulle parole di Domenico Pompili (il vescovo di Rieti). Pompili è un Rousseau perché come Rousseau (e poi Kant) raccomanda di costruire case che non superino i due piani. Anzi no: dicessero così lo avrebbero letto, il Rousseau: e allora perché, come Rousseau, è contro il progresso ecc.** Possiamo abbandonarli qui, i foglianti, e tornare ad Hadjadj (anche se solo per un momento). Tutta quella faccenda sul suolo che sprofonda è soltanto il dévoilement (svelamento) del nostro primo, originario appoggio (che si porta dietro la necessità della cura)? Hadjadj non aggiunge nulla.
Rousseau nella sua lettera a Voltaire, del 1756, lamentava il fatto che i filosofi piangano per il mal di denti: si sentono mancare la terra sotto i piedi e per loro, in quel momento, tutto è perduto (cfr. p. 26). Ecco, fuor di celia, il filosofo coglie anche nel mal di denti un’obiezione insuperabile alla Provvidenza. Gli si può dare ragione o torto, perché il devoto avrà dalla sua la fede. Per parte sua Rousseau dichiara di credere naïvement e di sperare naïvement. Insomma, è una questione di sentiment ― su quello poggia… quello è l’appui dell’ottimismo e dell’idea di Provvidenza. Contro queste prove del sentimento i filosofi hanno ragioni solide (raisonnemens [sic !] solides) e non si tratta di disputare con loro perché le prove (del sentimento) non sono dimostrazioni (cfr. p. 31). Insomma, ciascuno ― ogni uomo ― ha i suoi punti di appoggio, la solidità di un pezzo di terra sotto i piedi. Anzi, si potrebbe forse dire ― fatemelo dire ― che l’uomo è uomo quando poggia i piedi per terra e non quando vola o quando precipita, come Icaro o come la sfortunata vittima di un sisma. Inumani, dice Rousseau, i filosofi che sottraggono ― potremmo dire dérobent la terra sotto i piedi alle anime pacifiche.***
E tuttavia ― e qui anche il Rousseau della lettera ammutolisce**** ― arriva un momento in cui il filosofo nutre per sé, e non per gli altri, poche o punte speranze. Che ne è del filosofo che cade? Che ne è di Empedocle che si getta nel vulcano? Il sarcasmo sui mal di denti, sulle conversioni dell’ultimo istante, fa ridere: suona un po’ come la rivalsa dell’uomo della strada sul filosofo: volevi essere inumano, pare dire l’uomo della strada, e invece sei umano troppo umano. E però il filosofo è filosofo soprattutto quand le sol se dérobe; quando precipita, o gli tagliano la testa (come a Lavoisier);***** quando invece di lanciare un urlo vano (ma poi vano per chi?) continua a parlare, magari fra sé, a riflettere, a pensare, finché gli riesce.

Note

* Il lettore italiano troverà la traduzione del testo husserliano in «aut aut», n. 245, 1991, pp. 3-18.

** Nella lettera Rousseau polemizza con Voltaire: se Voltaire non vuole che si guardi al suo poème come a un’opera contro la provvidenza, nemmeno avrebbe dovuto giudicare certe cose di Rousseau come scritte «contre le genre humain» laddove egli (Rousseau) sosteneva la causa del genere umano «contre lui-même»: «Je ne vois pas qu’on puisse chercher la source du mal moral ailleurs que dans l’homme libre, perfectionné, pourtant corrompu [Non vedo come cercare la fonte del male morale altrove che nell’uomo libero, perfezionato, e tuttavia corrotto]» (‘Lettre de J.-J. Rousseau… à Monsieur de Voltaire concernant le Poème sur le Desastre de Lisbonne par Monsieur de Voltaire’, 1764, p. 6). Ancora (ibid.), mostrando agli uomini come sanno farsi del male, mostravo, in quello scritto, come evitare di farlo. Insomma il progresso per Rousseau (anche per il Rousseau del ‘Discours sur les sciences et les arts’ e del ‘Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes’) è ambiguo.

*** Ecco il passaggio (p. 32): «[…] c’est qu’il y a de l’inhumanité à troubler les âmes paisibles, et à désoler le hommes à pure perte, quand ce qu’on veut leur apprendre n’est ni certain ni utile [è che c’è dell’inumanità a turbare le anime pacifiche e ad affliggere gli uomini inutilmente, quando ciò che vogliamo insegnargli non è né certo né utile]».

**** Non è esatto. P. 23 della lettera: «Je meurs, je suis mangé des vers; mais mes efans (sic), mes fréres vivront come j’ai vécu, et je fais par l’ordre de la Nature pour tous les hommes ce que firent volontairement Codrus, Curtius, les Decius, les Philenes et mille autre pour un petite partie d’homme [Io muoio, io sono mangiato dai vermi, ma i miei figli, i miei fratelli, vivranno come io ho vissuto, e io faccio nell’ordine della natura per tutti gli uomini ciò che fecero volontariamente Codro, Curzio, i Deci, i Fileni e mille altri ancora per una piccola parte dell’umanità]». Tuttavia Rousseau non muore e quell’io è un io retorico e la sua è un’enunciazione elementare e universale. Più avanti, al termine della lettera, p. 37, l’uomo Rousseau entra però prepotentemente nel discorso contrapponendo la propria esistenza (vita, cuore) a quella di Voltaire: «Je ne puis m’empêcher, Monsieur, de remarquer à ce propos une opposition bien singulière entre vous et moi dans le sujet de cette lettre [Non posso impedirmi, signore, di evidenziare a questo proposito un’opposizione assai singolare tra voi e me nell’argomento di questa lettera». Di che si tratta? Si tratta del fatto che Voltaire è ricco, famoso, immortale (tra virgolette); malato, è curato da Tronchain, che è medico e amico. Dunque per lui tutto è «mal sur la terre». Invece Rousseau è ― e si descrive ― povero, oscuro, tormentato «d’un mal sans remède»; ma per lui «tout est bien». Nemmeno stavolta però Rousseau muore; e se quasi quasi si descrive come un moribondo è per dare, attraverso la confessione, forza al proprio récit.

***** È accaduto recentemente a Michel Serres di rimanere vittima di un’ischemia cerebrale durante una conversazione filosofica. Ciò che stupì i suoi interlocutori (Martin Legros e Sven Ortoli) in quella circostanza fu la singolare condotta di Serres: il fatto che non avesse interrotto la comunicazione prima di concludere il suo ragionamento, quando già l’insensibilità lo aveva colpito alla parte sinistra del corpo risalendo dal piede al braccio, e che solo allora avesse chiesto soccorso. L’aneddoto, da cui si ricaverebbe (a giudizio di Legros e Ortoli) che ogni avvenimento è per il filosofo oggetto di pensiero (soprattutto, a dire il vero, per ciò che Serres ne avrebbe detto in seguito), è rinvenibile in ‘Pantopie ou le monde de Michel Serres. Entretiens avec Martin Legros et Sven Ortoli’, Édition Le Pommier, Paris, 2016, p. 10.