mercoledì 21 settembre 2016

Spigolature

Gloria Swanson
Di Thomas Bernhard ho letto ieri notte I miei premi (pubblicato da Adelphi). Stazionava da un po’ ― che verbo insulso! mi vengono in mente autobus, treni, battelli, auto in sosta…, tuttavia è il primo che mi è affiorato alle labbra e non ho voglia di cercarne un altro ― sul mio comodino e, insomma, l’ho letto. Amo Bernhard, anche quello de I miei premi, amo il fatto che non avesse una grande opinione della letteratura e, soprattutto, dei letterati; che di un noto critico letterario apprezzasse piuttosto le cognizioni musicologiche disprezzandone quelle letterarie; che dopo Gelo avesse indossato un giubbotto di pelle e si fosse messo alla guida di un camion e a trasportare birra per qualche mese; che ritirando i suoi premi (letterari) imbastisse sempre lo stesso identico discorso ― che poi è un discorso sul finis literaturae e sul nihilismo Wir bevölkern ein Trauma», dichiarò ritirando il Premio Nazionale Austriaco e provocando un piccolo incidente). Che si augurasse la ‘morte’ dell’Accademia per la Lingua e la Letteratura (di Darmstadt) e, in soprappiù, di ricevere una partecipazione listata a lutto dalla medesima accademia volta a commemorarne la dipartita.

In place Dauphine, a Parigi, nel ’74, o giù di lì, Italo Calvino ci portava la figlia a lezione di pianoforte. Si apre la porta di un negozio, una porta che dà sul marciapiede, una porta vetrata schermata da una tenda, e si entra in un salotto ottocentesco pieno di pianoforti e pieno di bambini che battono sui tasti tutti insieme. Non è un quadro antiquato, dice Calvino, e pare anzi che il metodo d’insegnamento sia all’avanguardia, e però… una frase sul passato che resta appiccicato al presente, a ridosso del presente. Di quel metodo d’insegnamento non so nulla e chissà se ebbe fortuna. Certo anche quel millenovecentosettantaquattro è oggi un passato e i pianoforti e i maglioncini dei bambini hanno una medesima air fanée. Ma pur sempre le epoche si sommano e si mescolano, come diceva Calvino.

Il fil(o) delle reni e cioè a dire la spina dorsale. Il Cecchi (Messico, Milano, Adelphi, 1985, p. 23) utilizza questa espressione disusata forse già negli anni Trenta, ma forse no, parlando della Duse: «Allora la voce della Duse c’era come il più straziante e dolce coltello nel fil delle reni». Diceva tutto questo parlando a Gloria Swanson: non senza un pizzico di perfidia ma riconoscendola come «grande amorosa». Ecco, nel filo delle reni, lungo quel filo, l’elettricità dell’eros, che è pungolo, coltello, freccia: siamo lontani dalle reni spezzate del duce. Così Anton Francesco Doni (Tre libri di pistolotti amorosi del Doni, per ogni sorte generatione di brigate, 1558, p. 182): «… e dico che mi s’è fitto nel capo una fantasia, che quello che si chiama da color che sanno e non sanno, Amore; sia un male naturale; che ciascuno ha nel fil delle reni: una certa spetie sottil di doglia, che non si stima malattia incurabile».

Due coppie di napoletani, lei-lui e lei-lui, qualche giorno fa, presso il solito mercatino dell’usato, gironzolano chiassose fra Gestelle carichi di libri e tavoli carichi di libri. Un ‘lui’, quasi strillando, dice di possedere una biblioteca di duemila volumi. Fra quelli impilati sopra un banco rinvengono le opere di Marcello d’Orta buonanima. «Questo ce l’abbiamo?» dice l’altro ‘lui’ alla correlativa ‘lei’ che replica: «Non ricordo». Vanno avanti così per un po’: lei non ricorda mai. Il primo ‘lui’, quello della biblioteca di duemila libri, lamentandosi della polvere: «C’è più polvere che libri», apre Io speriamo che me la cavo e inizia a leggere con quel suo accento napoletano espiratorio. Verba et pulvis, penso. E però capisco perché quel libro faccia anche ridere ― le coppie di napoletani ridono. Certo se quella silloge è uno spaccato del sud periferico reso dai piccoli frontalieri del disordine, c’è poco da stare allegri. Soprattutto per i partenopei. E però c’è indubbiamente un umorismo ― diciamo pure di bassa lega ― e questo umorismo affiora se a leggere quelle pagine è un napoletano. Nota a margine: il lettore mi distolse o sviò o sconcentrò e giunsi alla cassa con due copie del medesimo titolo.