giovedì 6 ottobre 2016

Inutilità della scrittura?

Diceva qualcuno che l’agricoltore coltiva, il medico sta appresso gli infermi, il nocchiero travaglia per mare, il soldato in guerra, l’orefice negli ori, il pittore nei colori, il grammatico nelle regole, l’aritmetico nei numeri, il geometra nelle misure, il cosmografo nella terra, il musico nelle voci, l’astrologo nelle stelle, lo storico nelle bugie, il filosofo nelle cagioni. Insomma, a ciascuno la propria scienza. Ma uno che (come me?) scrive per il proprio personale diletto, senza raccontare nulla, e solo perché gli ‘scappa’ di scrivere, a quale scienza si applica? E anche ammesso che scrivere (bene) sia una scienza, a che pro? L’inutilità della scrittura: un problema vecchio tanto quanto i discorsi sulla scrittura probabilmente.
L’utilità della scrittura nessuno la discute: nasce forse — probabilmente — come uno strumento della contabilità, dell’amministrazione. C’è anche uno sforzo ‘epistemologico’ di ridurre il mondo, che hai suoi alti e i suoi bassi, i suoi pieni e i suoi vuoti, al piano (euclideo), a superficie scrittoria. L’àugure avrebbe guatato il cielo per leggervi gli eventi nel volo degli uccelli: quasi caratteri (di scrittura) su una superficie piatta: il modello della scrittura — la sua reductio — dispiega anche qui i suoi effetti. (Su tutto ciò rimando a un bel saggio di Franco Farinelli intitolato Il mondo, la mappa, il labirinto, in Origini della scrittura: genealogie di un’invenzione, a cura di G. Bocchi e M. Ceruti, Milano, Bruno mondadori, 2002, pp. 225 e sgg.) Ausilio della memoria, anche, e sua protesi (strumento). Dunque, dirà Rousseau, riprendendo una vecchia polemica che risale a Platone, un artificio e un supplemento (pericoloso): come la masturbazione, con cui supplisco alla mancanza di incontri carnali salvaguardando probabilmente la mia salute ma fino a un certo punto (Derrida, cui dobbiamo l’accostamento, ci scriverà sopra un libro; cfr. Della Grammatologia, Milano, Jaca Book, 1969, specialmente il capitolo ‘Questo pericoloso supplemento’, pp. 197 e sgg.). Qui il momento o l’occasione, per la scrittura, di diventare nociva e sterile, per esaurirsi nel ludo narcisistico.
Ecco l’inutilità della scrittura. Forse per questo (cfr. Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi, 1982, pp. 46 e sgg.) la scrittura ha avuto bisogno di giustificarsi come una forma d’arte, d’artigianato, di perizia tecnica: e la fatica che costa è diventata il suo alibi. Flaubert si sfibrò in qualche maniera. Giustificarsi appetto a chi? Alla società… Soprattutto perché c’è chi per sbarcare il lunario zappa la terra o avvita bulloni. Ma lo scrittore intende giustificarsi anche davanti ai bravi commercianti, ai bravi artigiani e persino davanti ai bravi capitani d’industria. Giustificarsi mettendo avanti appunto la fatica, l’impegno, le ore passate sui libri, al lume di una candela… Tutte cose che non consegna ai suoi romanzi, alle sue novelle, e nemmeno ai suoi articoli di giornale, se non indirettamente, e che confessa semmai in qualche carteggio, colloquio, intervista, dichiarazione di ‘poetica’… che fa scivolare in una maniera o nell’altra: magari lasciando detto alla domestica di propalare ai quattro canti del mondo quanto monsù è impegnato.
E così la scrittura — intesa come letteratura — vive (ancora oggidì?) una condizione ambigua. Forse è inutile ma è preziosa se costa, se è costata. Carlo Bo nel suo libro su Landolfi diceva che quest’ultimo scriveva per dimostrare l’inutilità della scrittura ma anche «per approdare a risultati d’eccezione, che di gran lunga superano le barriere dei nostri terreni di divertimento letterario» (cit. in. Giuseppe Panella, Carlo Bo e il piacere della lettura tra Luzi e Landolfi, in L’ermetismo e Firenze, a cura di Anna Dolfi, Firenze University Press, 2016, vol. 1, p. 222). (Non ho letto l’ultimo ‘pezzo’ di Le Labrene…). Certo la si può sempre ricondurre, la scrittura, al suo valore d’uso. A Gadda si ‘rimprovera’, si fa per dire, il suo barocchismo: lo si giustifica dicendo che la ricchezza dizionariesca sta per un interesse ‘scientifico’ e non per una specie di glossolalia: si tratta di non lasciarsi sfuggire la realtà nei termini generici e comuni. Ma il dubbio sulla sua inutilità e superfluità resta: dubbio, beninteso, che non è di chi scrive. Il punto è invece questo: perché la scrittura patisce fin dall’inizio questa specie di accusa?


P.s. Il qualcuno che compilò l’elenco qui sopra è Giovan Paolo Fabbri.