giovedì 20 ottobre 2016

L’homme en bermuda

Philippe Muray muore nel 2006 di cancro ai polmoni: era un tabagista incallito. Fece in tempo a vedere venir giù le Twin Towers e a scriverci sopra – sopra le macerie – dei libri. Chers djihadistes, del 2002, è uno di questi libri. Ora quel libro arriva in Italia edito dalla Miraggi Edizioni e Meotti (Giulio) ci fa un’articolessa: una delle sue, dove ripete stabilmente che l’Occidente ha un ventre molle. Titolo (ovvio) dell’articolessa: «Il ventre molle. Dalle torri gemelle al Bataclan, il Jihad è solo una distrazione per l’occidente in bermuda…». Io quel libro, di Muray, ce l’ho in francese, che poi è la lingua di Muray; ma non l’ho letto. Mi passò la voglia quella volta che scartabellandolo velocemente decifrai le ultime due righe. Dicevano: «Et nous vaincrons. Bien évidemment. Parce que nous sommes les plus morts», che tradotto suona così: «E vinceremo. Naturalmente. Perché siamo i più morti». Potevo leggere un pamphlet che se la prende con l’homme en bermuda – e cioè con lo stereotipo dell’uomo (occidentale) nichilista e relativista e turista? Ecco un altro passaggio (affatto superfluo): «Craignez le courroux de l’homme en bermuda! Craignez la colère du consommateur, du voyageur, du touriste, du vacancier descendant de son camping-car! Vous nous imaginez vautrés dans des plaisirs et des loisirs qui nous ont ramollis. Eh bien nous lutterons comme des lions pour protéger notre ramollissement» («Avete da temere l’ira dell’uomo in bermuda! l’ira del consumatore, del turista, del viaggiatore, del turista, del vacanziere che sbarca dal suo camper! Ci immaginate sprofondati nei piaceri e nel loisir che ci hanno rammolliti. Be’ noi combatteremo come leoni per proteggere il nostro rammollimento»). Una barba! Una pizza! E tuttavia leggendo oggi il pessimo articolo del Meotti mi è venuta quasi voglia di riprendere in mano l’opuscolo del Muray e di estrarne qualche altra massima. Peccato solo che debba ancora pelare le patate e metterle a bollire in pentola.
(avviandomi in cucina)

Se c’è qualcosa di davvero sciocco è questo relativismo di cui si va cicalando: sciocco tanto quanto la chiacchiera che ne fanno taluni. Dalla sua, appetto (che bello questo avverbio!) alla chiacchiera, ha il vantaggio non trascurabile di non esistere (nemmeno come categoria fenomenologica), mentre la chiacchiera, insistendo, esiste.
Bisogna essere chiari: solo per un equivoco il nichilismo è questo relativismo; solo per un equivoco il nichilismo è il consumismo. Si dice equivoco ma occorre intendersi: lo è abbastanza, e talvolta non lo è affatto: talvolta è una supercazzola.
Bisogna (allora) essere seri… o quasi. Per essere credibili, quando si dice che il consumismo è il male o il niente, l’assenza di valori assoluti, una corsa alla volta dell’indarno, con la scusa della soddisfazione immediata, bisogna piazzarsi fuori dei supermarkets e pigliare a schiaffi i consumatori con le borse piene di surgelati, appostarsi in quella via del centro e pigliare a schiaffi le signore che acquistano scarpe, negli aeroporti e pigliare schiaffi le abbronzature testé smontate dall’aeroplano, rinunciare alle medicine (prodotte dalle famigerate multinazionali) e crepare con contentezza.
Beninteso, il consumatore è antipatico e, spesso, spregevole: specie quando scambia un caffè per un diritto civile (ciò che dimostra l’inconsistenza del relativismo). E le imprese, con la loro etica del servizietto, pure. Ma fra coloro che condannano i consumers in troppi hanno piantato giù una cagnara per un caffè schifoso, in troppi frignerebbero per la sottrazione del frigorifero, per poter continuare a rifiatare.
(preparandomi un caffè)