giovedì 20 ottobre 2016

Quia imperfectum

Emilio Cecchi ci parla, in Messico (Milano, Adelphi, 1985 pp. 50 sgg), di Max Beerbohm e di un suo saggetto intitolato Quia imperfectum. È un accenno fugace, come si dice, ma, come ogni ‘accenno bibliografico’, mi accende di desiderio di risapere. Ne ho trovato menzione ancora in Arbasino (Ritratti italiani, Milano, Adelphi, 2014). Tuttavia Arbasino rifà Cecchi in un suo superfluissimo ritrattino: dove ciò che è interessante proviene da Cecchi e l’esornativo da lui, da Arbasino. (Stufa assai questo Arbasino caricaturale e pettegolo: pare di poter dire di lui ciò che proprio Cecchi dice di Adolphe Menjou: e cioè che ha un’aria di parrucchiere per signora). Mi accontento di un paio di citazioni, da Quia imperfectum, che traggo da Wikiquote. Dovrebbero invero essere memorabili ma mi lasciano freddino. Forse questa non è male però: «It seems to be a law of nature that no man, unless he has some obvious physical deformity, ever is loth to sit for his portrait». Dunque l’imperfezione non deve esorbitare…

Sull’imperfezione le cose più interessanti, almeno credo, le dice Cecchi. Eccone uno stralcio:
«Quando una donna Navajo sta per finire uno di questi tessuti, essa lascia nella trama e nel disegno una piccola frattura, una menda: ‘affinché l’anima non le resti prigioniera dentro al lavoro’. Questa mi sembra una profonda lezione d’arte: vietarsi, deliberatamente, una perfezione troppo aritmetica e bloccata. Perché le linee dell’opera, saldandosi invisibilmente sopra sé stesse, costituirebbero un labirinto senza via d’uscita; una cifra, un enigma di cui s’è persa la chiave. Per primo, s’irretirebbe nell’inganno lo spirito che ha creato l’inganno».
Ed anche il seguente:
«È un avvertimento contro il materialismo estetico. A forza di limare e calibrare, nel miraggio d’una compiutezza meticolosa, e povera di suggestioni naturali, di quante pagine abbiamo finito col farei un carcere, una gabbia. Ci siamo tirati la porta alle spalle. Da quelle vertiginose scacchiere di parole, da quelle tavole pitagoriche che quadrano da tutte le parti, non abbiamo saputo uscirne mai più».

(Pervenuti a un certo «grado di coltura», diceva Cecchi, si legge una cosa per trovarcene un’altra. Non so a quale grado di cultura io sia gionto: posso dire che mi capita di leggere una cosa, una qualunque, per dare l’abbrivio alla scrittura).